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L’industria del fast fashion e l’abuso delle lavoratrici nelle fabbriche indiane

“Ogni singola donna con cui abbiamo parlato ha assistito o sperimentato la violenza di genere e le molestie sul lavoro”. Questa è la sintesi di una ricerca condotta sui marchi della moda a basso costo, fast fashion, che ha fatto emergere la violenza di genere nell’industria dell’abbigliamento in India.

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Nell’aprile 2022, Business & Human Rights Resource Centre (Bhrrc) ha pubblicato un rapporto di ricerca congiunto con Asia Floor Wage Alliance (Afwa) e Society for Labour Development (Sld) sulla violenza di genere e le molestie nelle fabbriche di abbigliamento in India. Il rapporto si basa sulle testimonianze di 90 lavoratrici impiegate in 31 fabbriche in India che forniscono o hanno recentemente fornito ad almeno 12 marchi internazionali:

Fast fashion: cosa svela il rapporto

“La violenza in fabbrica non può essere liquidata come un problema a livello di fabbrica” ma deve essere intesa come una cultura industriale di violenza guidata dal modello di business della moda, che crea e sostiene le condizioni per lo sfruttamento e l’abuso. Sono storie di donne che vivevano, già prima del 2020, una condizione di violenza e sfruttamento anche in famiglia da parte di mariti violenti e che, negli ultimi due anni, hanno visto peggiorare la loro situazione. Da un lato non potevano lasciare la casa dove vivevano per rifugiarsi dai genitori, dall’altro quando si recavano al lavoro l’escalation di violenze aumentava di pari passo con l’espansione massiccia dell’e-commerce, soprattutto nel settore dell’abbigliamento e del fast fashion.

L’abuso delle lavoratrici dell’abbigliamento (Impakter Italia ha raccontato questo problema in termini di sostenibilità) nelle fabbriche indiane si è intensificato a causa della risposta dei marchi di moda alla pandemia del virus Covid-19, le ricerche sono state svolte all’interno delle fabbriche in tre grandi centri di produzione di abbigliamento in India: Delhi NCR, Karnataka e Tamil Nadu.

Queste fabbriche forniscono, o hanno recentemente fornito, almeno 12 marchi di moda e rivenditori globali: American Eagle, Asda, C&A, Carrefour, H&M, JD Sports, Kohl’s, Levi Strauss & Co., Marks & Spencer, Primark, Tesco e VF Corporation (e i suoi marchi in portafoglio, incluso Vans). La ricerca ha portato nuovamente a galla una situazione assai preoccupante: tutte le lavoratrici dell’abbigliamento hanno assistito o sperimentato direttamente la violenza e le molestie di genere (Gbvh) nei loro luoghi di lavoro, perpetrate da supervisori e manager maschi che le spingono a soddisfare obiettivi di produzione irragionevoli fissati dai marchi di moda.

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Violenza sistematica e diffusa nelle catene di fornitura della moda

Mentre le lavoratrici dell’abbigliamento riferivano di aver subito violenze – Gbvh (Gender-Based Violence and Harassment) – su base giornaliera prima della pandemia, le loro esperienze di Gbvh sul lavoro si sono intensificate con le successive ondate di Covid-19. Il rapporto porta alla luce i livelli senza precedenti e le nuove forme di Gbvh affrontate dalle lavoratrici dell’abbigliamento durante la pandemia, tra cui: violenza e molestie intensificate; ritmi di lavoro intensificati con straordinari inumani e obbligatori (che portano all’esasperazione a livello emotivo e fisico ed all’aumento degli incidenti sul lavoro), mancanza di protezione dal virus Covid-19 che espone le donne (e le loro famiglie) alle malattie, discriminazione e licenziamenti ingiusti – anche per gravidanza – tagli salariali che spingono i lavoratori sempre più al di sotto della soglia di povertà, e furto di salario diffuso; richiesta di presenza al lavoro durante le serrate, che porta a molestie e violenze da parte della polizia durante gli spostamenti, un continuum di violenza in casa, collegato alle loro esperienze di sfruttamento sul posto di lavoro.

I risultati del rapporto

Questo rapporto si basa sulle esperienze di Gbvh affrontate dai lavoratori dell’abbigliamento in India prima e durante la pandemia di Covid-19 Le informazioni sono state ottenute da una varietà di fonti, tra cui interviste individuali e di gruppo condotte da Afwa e Sld tra agosto 2020 e giugno 2021. Durante questo periodo, l’India ha sperimentato due ondate mortali dovute al virus Covid-19 che hanno fatto precipitare il paese in una crisi sanitaria nazionale in aggiunta a chiusure e interruzioni della catena di approvvigionamento che hanno anche causato una significativa interruzione della raccolta e dell’analisi dei dati.

I nomi e altre informazioni identificabili sulle lavoratrici non sono stati forniti nel rapporto, sia per il rischio di ritorsioni contro le lavoratrici, sia per il rischio che i marchi potessero interrompere le relazioni commerciali in risposta ai risultati della ricerca. Ognuna delle 31 fabbriche ha chiuso durante uno o più periodi e ha poi riaperto a varie capacità.
Queste 31 fabbriche impiegano decine di migliaia di lavoratori, la maggior parte dei quali sono donne. Tutte le 90 donne intervistate sono di nazionalità indiana, anche se molte sono emigrate in questi centri di produzione dall’India. Le interviste sono state condotte in Hindi, Kannada e Tamil Per proteggere la loro identità, sono stati usati pseudonimi per tutte le donne intervistate che sono state informate dello scopo della ricerca e hanno dato il loro consenso prima di essere intervistate.

Metodologia di ricerca

È stata effettuata un’ampia ricerca, utilizzando informazioni da fonti aperte (tra cui le norme internazionali sui diritti umani, i rapporti delle organizzazioni della società civile, i rapporti delle organizzazioni di volontariato, i media nazionali e internazionali e le riviste accademiche).

Le 31 fabbriche coperte da questa ricerca forniscono, o hanno recentemente fornito, almeno 12 marchi di moda e rivenditori globali: Gli acquirenti sono stati identificati dai dati dei fornitori disponibili al pubblico. L’elenco degli acquirenti internazionali non è definitivo; a causa di una mancanza di trasparenza nell’industria, e può essere una sfida per identificare gli acquirenti; i lavoratori stessi non sono sempre a conoscenza dei marchi per i quali producono.

Le risposte dei marchi fast fashion

Prima della pubblicazione del rapporto, è stato  dato ai 12 acquirenti collegati alle fabbriche l’opportunità di commentare i risultati. Le risposte complete si possono trovare sul sito web del Resource Centre. Alcuni dei marchi sono in dialogo con l’Afwa e i sindacati locali per “discutere i risultati”. Questo rapporto rivela come il modello di business della moda, che dà la priorità al profitto a breve termine, combinato con una regolamentazione governativa inadeguata e norme patriarcali dannose, crea e sostiene le condizioni per una violenza sistematica e diffusa nelle catene di fornitura della moda.

I risultati dimostrano che affidarsi a un quadro volontario (codici di condotta, audit sociali e dichiarazioni di conformità) per proteggere le lavoratrici dell’abbigliamento dalla violenza e dallo sfruttamento è insufficiente e i marchi devono essere ritenuti legalmente responsabili del trattamento delle lavoratrici che realizzano i loro vestiti e i loro profitti. Questo è possibile attraverso una legislazione obbligatoria sulle due diligence dei diritti umani e accordi di filiera applicabili, che impegnino i marchi ad affrontare la Gbvh nelle loro catene di fornitura.

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