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Libia bandiera guerra

Libia, risorse e diritti umani: la tempesta perfetta geopolitica

Tra intrecci economici, interessi geopolitici e violazione dei diritti umani, la Libia è l’immagine della tempesta perfetta. E non sorprende che il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, voglia sfidare l’Italia per “vendicare” le parole pronunciate dal presidente del Consiglio, Mario Draghi. Una battaglia tutta geopolitica, sia chiaro.

Il Paese resta decisivo per gli equilibri mondiali e le fazioni che hanno consentito la nascita dell’esecutivo di unità nazionale non sono intenzionate a concedere spazio agli avversario. Il premier Abdul Hamid Dbeibah è entrato in carica lo scorso 15 marzo con il compito di traghettare la Libia verso le elezioni del 24 dicembre. Una navigazione che si annuncia complessa. Il beneplacito del generale Khalifa Haftar è stato cruciale per la svolta politica, visto che è di fatto l’uomo che governa la Cirenaica, l’ampia regione orientale del Paese. Di mezzo, poi, ci sono decine di clan che esercitano un controllo del territorio, soprattutto a Sud nell’area meridionale del Fezzan, trovando la sponda di trafficanti di esseri umani e sfruttando l’area desertica. Il percorso per una pace duratura, dunque, è tutt’altro che semplice.

Il premier della Libia Abdul Hamid Dbeibah

Il premier della Libia Abdul Hamid Dbeibah

Libia: lo sbocco sull’Europa

Il posizionamento strategico della Libia è un fatto noto: rappresenta uno sbocco dal Nord Africa sul Mediterraneo. Eppure, nonostante la collocazione fondamentale per l’Europa, l’Occidente ha lasciato che sullo scacchiere libico si posizionassero due autocrati, con ambizioni espansionistiche: il Sultano Erdogan e lo Zar Putin. Il governo di Tripoli, guidato da Serraj fino a poche settimane fa, è riuscito a reggere l’urto dell’offensiva di Haftar solo grazie al sostegno della Turchia.

Il presidente Erdogan ha impedito che la capitale Libica finisse sotto il controllo del Lybian nation Army (Lna) di Haftar: la controffensiva ha respinto le ambizioni del comandante che per molti sarebbe stato il nuovo Gheddafi, soprattutto per controllare gli islamiti. Il generale ha infatti beneficiato dell’alleanza dell’Egitto di al-Sisi e della presenza di combattenti provenienti da altri Paesi africani. Ma in particolare Haftar ha potuto contare sui mercenari russi giunti sul territorio per volere del Cremlino. L’interesse di Erdogan e Putin è quello di avere una postazione privilegiata sul Mediterraneo, con l’aggiunta della presenza di risorse naturali. 

Khalifa Haftar Libia

Khalifa Haftar

Il petrolio e le ambiguità della Francia

Il petrolio e il gas sono la grande ricchezza della Libia, che la mette al centro degli appetiti internazionali. Anche questo non è una novità. Il presidente della Francia, Emmanuel Macron, si è posto in continuità con i predecessori all’Eliseo. Per questo è stato particolarmente attivo nella conquista gli spazi, prima di tutto commerciali, nel Paese nord africano. La Total in Libia, per esempio, è presente da decenni e negli ultimi tempi è riuscita anche a espandersi con la concessione del giacimento di Waha, nel bacino della Sirte.

Addirittura, quando Haftar stava avanzando verso Tripoli, era segnalato lo spostamento francese verso il supporto al generale. Lo scopo? Costruire un asse saldo con quello che sembrava destinato a essere l’uomo forte dell’intera Libia. E allo stesso tempo i francesi puntano a stabilizzare il Paese, perché in conflitto ha bloccato per troppo tempo la produzione di greggio. Certo, la posizione ufficiale della Francia è stata tuttavia sempre quella dell’appoggio al governo di Tripoli. Un’ambiguità necessaria per conservare il ruolo economico nel Nord Africa.

I diritti umani calpestati nei campi libici

Torture violenze Libia

Un migrante mostra proprie cicatrici dopo la permanenza in un centro in Libia

La Libia è anche la porta d’accesso per l’Europa. E questo finisce per alimentare gli affari per i trafficanti di esseri umani. Migliaia di persone provenienti dall’Africa subsahariana versano tutti i loro soldi per cercare una via di fuga dai Paesi di origine, spesso teatri di conflitti etnici o religiosi. Ma tante volte la necessità di scappare è semplicemente economica. Quindi non ci sono alternative: si affidano a criminali di ogni risma, che però possono garantire il raggiungimento dell’Europa. Così l’Italia, per limitare gli sbarchi, ha sottoscritto un memorandum con Tripoli. L’obiettivo, fissato dall’allora ministro dell’Interno Marco Minniti, è sempre stato quello di gestire il flusso dei migranti.

Il problema è relativo alle modalità con cui le autorità libiche bloccano le partenze. I campi di detenzione sono stati criticati anche dalle Nazioni Unite per il mancato rispetto dei diritti umani (qui un’intervista di Impakter Italia per capire la gravità della situazione). La guardia costiera della Libia, poi, è finita spesso al centro delle critiche per l’impedimento di salvataggi in mare da parte delle Organizzazioni non governative. I libici, d’altra parte, hanno replicato che le Ong sono complici dei trafficanti. In mezzo alla diatriba, però, ci sono i migranti che vivono in condizioni disumane nel campi allestiti dalla Libia: persone vittime di violenze e vessazioni come in una guerra. Il tutto mentre il mondo chiede di raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile.

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