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Khalifa Haftar Libia

Liberi i pescatori di Mazara del Vallo. Lo schiaffo di Haftar

Tutti felici per la liberazione dei pescatori, sequestrati in Libia dalle milizie di Khalifa Haftar. Eppure la detenzione rappresenta una macchia sulla diplomazia italiana: dall’1 settembre fino al 17 dicembre, l’Italia è stata sotto scacco. Ben 18 italiani sono stati nelle mani del leader della Cirenaica, di cui il principale sponsor è sempre l’Egitto. Proprio il Paese, guidato dal Abdel Fattah al-Sisi, che già ha inflitto un trattamento irriguardoso a Roma sulla terribile uccisione di Giulio Regeni e sulla detenzione di Patrick Zaki. Dunque, bene il l’epilogo meno bene l’intera vicenda.

La missione libica del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e del ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, è stata sicuramente preziosa, perché ha garantito un Natale tranquillo alle famiglie dei pescatori. Evitando il prolungamento di una brutta pagina della diplomazia. Ma riecheggia anche come un monito affinché non avvenga più. Del resto la prova di forza di Haftar, spalleggiato appunto da al-Sisi, è l’ennesima provocazione che proviene da uno scenario tutt’altro che pacificato (come spiega un articolo di Impakter Italia). La presenza di Conte e Di Maio è stata anche un tributo da pagare, sotto forma di riconoscimento come interlocutore, al generale. 

I colloqui tra le due fazioni, quella di Tripoli e l’altra di Bengasi, non hanno trovato gli sbocchi sperati. La controffensiva dell’esercito di Tripoli è stata fermata anche con l’impegno di un confronto per raggiungere la pace e avviare il Paese verso un percorso democratico. La prospettiva appare tuttavia allontanarsi. E alcune forzature del generale che controlla la Cirenaica confermano la tendenza a respingere il dialogo.

Chi sostiene Haftar, il clone libico di al-Sisi

Il sostegno ad Haftar arriva prima di tutto da al-Sisi. L’ottica strategica è quella di fermare i Fratelli Musulmani, che in Egitto sono stati dichiarati fuori legge dopo la destituzione dell’ex presidente Mohammed Morsi. E in generale l’obiettivo è di depotenziare i movimenti politici di matrice religiosa. Tuttavia, dietro questa motivazione, il numero uno del Cairo punta ad ampliare la propria sfera di influenza geopolitica, puntando su un “clone” libico: un militare al potere. Per eliminare avversari e oppositori, avendo un bacino petrolifero a portata di mano.

L’alleanza che sostiene Haftar, l’uomo forte della Cirenaica appunto, include anche il regime dell’Arabia Saudita e il governo degli Emirati Arabi. In questo caso l’interesse rientra nella stratega geopolitica. Ma anche la Russia di Putin è al fianco, in maniera nemmeno troppo defilata, del generale libico, visto come possibile contraltare all’influenza europea nell’area.

I miliardi di dollari del petrolio

In mezzo rientrano, come prevedibile, gli interessi economici. La Libia, nonostante la fase di tensione non sopita, ha aumentato di nuovo la produzione di petrolio, facendo incrementare di nuovo il numero di barili quotidianamente estratti. “Dobbiamo aumentare la produzione a 1,7 milioni di barili al giorno per coprire la spesa del paese”, ha detto Sadiq Al-Kabir il governatore della banca centrale della Libia, a fine ottobre, rilevando che lo stop ha provocato una perdita di 180 miliardi dal 2013 a oggi.

Nella nuova strategia rientra l’apertura dei terminal petroliferi controllati ancora dagli uomini di Haftar, in particolare quello di Brega, città del Golfo della Sirte. Un cambio di passo dettato anche per favorire l’appoggio degli alleati: il blocco della produzione stava provocando danni non  L’equilibrio risulta comunque molto fragile: l’eventuale ripresa degli scontro sarebbe un nuovo colpo all’attività di estrazione e di export del greggio. Con tutte le conseguenze geopolitiche del caso.

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