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Recep Tayyip Erdoğan

Libia, la guerra vinta da Erdogan: Tripoli ora parla turco

Una Libia che parla sempre più turco. Con un altro tassello che va a posto nella strategia del presidente Recep Tayyip Erdogan, pronto a passare alla cassa con lo sfruttamento delle risorse naturali libiche, ossia gas e petrolio. Oltre ad ampliare la sfera di influenza geopolitica di Ankara. Mentre il resto dell’Occidente, Europa in testa, risulta completamente assente dallo scacchiere, salvo qualche dichiarazione di facciata.

Il presidente russo Vladimir Putin e il presidente turco Recep Tayyip Erdogan

La partita è stata lasciata così nelle mani di altri attori protagonisti: la Turchia, al fianco di Fayez al-Serraj capo del Governo di accordo nazionale (Gan) riconosciuto dalle autorità internazionali, e la Russia con l’Egitto e gli Emirati arabi, a supporto del generale Khalifa Haftar, leader dell’Esercito nazionale libico (Enl) e uomo forte della Cirenaica (regionale orientale del Paese). Nelle settimane della pandemia di Covid-19 la guerra civile libica non ha conosciuto sosta. L’esercito di Tripoli ha riportato vittorie importanti su vari fronti, costringendo alla battuta d’arresto i soldati guidati ha Haftar.

La controffensiva partita da Tripoli

Fayez al Serraj

La rottura dell’assedio a Tripoli ha rappresentato un punto di partenza fondamentale per la controffensiva di Serraj, che fino a pochi mesi fa sembrava destinato alla capitolazione. I bombardamenti di Haftar sulla capitale della Libia sono cominciati nella primavera del 2019, creando peraltro un’emergenza umanitaria. Gli attacchi dell’Enl sono stati condotti con la presenza sul campo di mercenari sudanesi e ciadiani, ma soprattutto con l’appoggio della Russia di Vladimir Putin. L’intervento deciso della Turchia, che ha inviato mezzi e uomini al Governo di accordo nazionale, ha riequilibrato le forze in campo. Anzi: ha dato la spinta per la controffensiva del Gan.

L’avanzata del governo, riconosciuto dalle istituzioni internazionali, è andata avanti con la battaglia di Tarhuna, città a sud della Capitale, che per Haftar rappresentava una roccaforte essenziale nella regione. Il fronte della guerra si è adesso spostato a Sirte, località in cui è nato l’ex rais Gheddafi e soprattutto snodo petrolifero. Anche in questo caso l’inerzia è tutta a favore di Serraj. Addirittura il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi, alleato numero uno di Haftar, sta valutando una exit strategy per l’Esercito nazionale libico. La ripresa di Sirte sarà un’altra tappa cruciale di un conflitto che comunque è destinato a proseguire nelle prossime settimane. Tripoli ha infatti respinto qualsiasi ipotesi di negoziato, ribadendo di pretendere la resa totale dell’avversario.

Petrolio e gas: Erdogan va all’incasso

Khalifa Haftar Libia

Khalifa Haftar

I risvolti della guerra sono inevitabilmente economici. La Libia è il Paese con la nona riserva petrolifera del mondo. Dopo l’avanzata di Haftar, le attività dei pozzi di El Sharara (il giacimento più grande del Paese), sono rimaste bloccate. La situazione va invece verso la normalizzazione, quindi la ripartenza dell’estrazione, con il ritorno da vincitore di Serraj. In questo scenario, Erdogan ha strappato un accordo vantaggioso: potrà avviare esplorazioni di gas e petrolio al largo della costa libica. Un tributo inevitabile da pagare per il governo di Tripoli. 

Il presidente egiziano al-Sisi

La battaglia libica vede totalmente assente l’Europa, Italia compresa. L’evoluzione degli eventi ha quasi sorpreso le cancellerie europee, che hanno sempre dichiarato pieno sostegno a Serraj. Tuttavia, quando l’avanzata di Haftar sembrava inarrestabile, il supporto è diventato sempre più formale e meno sostanziale, tanto che sotto traccia la Francia (nonostante le smentite ufficiali) si era avvicinata al leader della Cirenaica per stabilire una linea di dialogo. Adesso le diplomazie, anche per tutelare gli interessi economici nella regione, devono inventarsi qualcosa. Con una certezza: il vero interlocutore è la Turchia. Qualsiasi discorso, compresa la gestione delle partenze di migranti dalle coste libiche, dovrà passare dal Sultano.

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