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Libia: nel 2020 la guerra è tra super potenze

Il 2020 si apre con l’aggravarsi della situazione in Libia. La guerra civile va avanti da anni, ma nelle ultime settimane sta facendo registrare un salto di qualità. Mettendo a rischio il percorso di pace ipotizzato dalla Germania, che a gennaio vuole mettere allo stesso tavolo le fazioni in campo per risolvere la situazione senza ulteriori spargimenti di sangue. Ma la strada dell’inferno è lastricata di buone intenzioni e così si consolida il pericolo di uno scontro tra potenze militari mondiali, in particolare tra Russia e Turchia. Stando a quanto riportato dai media statunitensi, infatti, Mosca ha inviato milizie al fianco dell’esercito comandato dal generale Khalifa Haftar, che sta continuando la sua avanzata.

Khalifa Haftar

In Libia i rinforzi turchi

Di fronte a questo scenario, Ankara avrebbe già inviato a Tripoli centinaia di combattenti, a sostegno del governo di Fayez al-Serraj, in attesa di votare la mozione sull’invio ufficiale di truppe. La fretta del presidente Recep Tayyip Erdogan è confermata da una scelta politica: ha anticipato il ritorno dalle ferie dei parlamentari, dal 7 al 2 gennaio, proprio con lo scopo di dare il via libera, prima possibile, alla mozione per spedire truppe turche. Un quadro che si scontra con le ambizioni di raggiungere anche alcuni degli Obiettivi di sviluppo sostenibile, fissati dall’Onu. Dalla violazione dei diritti umani all’impoverimento, è infatti tutto sommerso dal rumore delle armi.

Vladimir Putin

Le potenze in campo

La guerra civile in Libia è scoppiata nel 2014 in un Paese flagellato dall’instabilità dopo l’abbattimento del regime di Gheddafi. La tensione tra il governo riconosciuto ufficialmente e le milizie del generale Haftar ha creato la contrapposizione tra Tripolitania e Cirenaica. L’inizio del conflitto ha avuto ripercussioni anche nella comunità internazionale oltre che in Europa. Da un lato l’Italia si è sempre schierata al fianco di Serraj, mentre Haftar ha ricevuto il sostegno – non ufficiale ma ormai acclarato – della Francia. Parigi ha puntato sul generale della Cirenaica per questioni strategiche: da sempre è alleata, nella regione con Arabia Saudita, Egitto ed Emirati Arabi, ferventi sostenitori di Haftar. Tripoli ha sempre invece goduto della vicinanza di Qatar e Turchia, in un complesso quadro di interessi tra Paesi a maggioranza musulmana. Anche l’azione diplomatica italiana ora appare meno decisa: il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, ha cercato un contatto con Haftar.

Fayez al Serraj

Il grande interesse del petrolio

La Libia rappresenta uno snodo fondamentale per vari motivi: è il Paese con la nona riserva petrolifera più grande del mondo e nel 2018 ha prodotto oltre un milione di barili al giorno, per un fatturato medio di oltre 24 miliardi di dollari. Inevitabile che intorno alle sorti libiche ci siano interessi economici molto forti. Ma non solo. La Libia ha anche uno sbocco sul Mediterraneo ed è considerato, come insegna l’esperienza italiana e maltese, fondamentale per la gestione dei flussi migratori verso l’Europa. Non a caso anche la Grecia ha fatto sentire la propria voce, temendo che l’aggravarsi della guerra possa favorire ulteriori sbarchi lungo le coste greche.

Recep Tayyip Erdogan

L’entrata in scena della Russia

Le sorti del conflitto in Libia sono cambiate con la decisione di Vladimir Putin di intervenire, seguendo il modello-Siria. Mosca, infatti, ha sostanzialmente salvato il presidente Assad dalla capitolazione a Damasco, grazie all’invio di miliziani e mercenari che hanno permesso la controffensiva all’esercito del regime siriano. La strategia russa è così orientata ad acquisire ulteriore peso nella regione, sfruttando il sostanziale disinteresse degli Stati Uniti. L’amministrazione di Donald Trump, che formalmente appoggia Serraj, non si è impegnata in maniera particolare, lasciando di fatto spazio alle altre potenze internazionali. Che a breve potrebbero fronteggiarsi sul territorio libico.

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