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Libano: come si è arrivati a questo punto

La richiesta di un futuro diverso in Libano. Con un rinnovo totale della classe dirigente. In un certo senso, anche se non è stato mai esplicitato, c’è il desiderio di avviare un processo di uno sviluppo sostenibile, in grado di abbattere la povertà, garantire servizi dignitosi alla popolazione e avere una tassazione più equa. Le proteste in Libano, che hanno animato in particolare la capitale Beirut, sono iniziate il 18 ottobre, provocando dopo pochi giorni le dimissioni del premier Saad Hariri. Ma nel Paese la richiesta di cambiamento va ben oltre la sostituzione di un primo ministro. Anche perché il governo è in carica e, come spesso è accaduto nella storia del Paese dei Cedri, rischia di restarci ancora per molto tempo a causa di veti incrociati.

L’esplosione delle proteste in Libano

La rabbia popolare è esplosa in seguito all’annuncio di nuovi rincari, su benzina e tabacchi, e l’introduzione della cosiddetta tassa Whatsapp, ossia un’imposta sulle chiamate. Ma, appunto, è stato solo un innesco, visti i forti disagi aumentati negli anni. Tanto per fare un esempio, nel Paese l’energia elettrica non è garantita a tutti, con disattivazioni programmate del servizio (laddove è funzionante). Manca anche la pulizia delle strade per atavici problemi nella raccolta dei rifiuti. In questo quadro il debito pubblico è altissimo, la disoccupazione giovanile è al 40% e il sistema politico è caratterizzato da clientelismo e corruzione. Insomma, Whatsapp c’entra, ma fino a un certo punto.

In Libano si avverte molto il peso di Hezbollah, il Partito di Dio, di ispirazione sciita, che conta anche su milizie molto preparate, tanto da aver combattuto in Siria al fianco dell’alleato Bashar Assad. Il leader Hassan Nasrallah ha un grande potere e sicuramente in questa fase avrà un ruolo di primo piano. “Hezbollah e i suoi alleati avranno anche poteri decisivi in ​​questo periodo ambiguo, a causa della loro popolarità, ma ora per il Libano non è il momento di considerare i leader e la distribuzione del potere in base a nomi e gruppi, ma l’obiettivo è creare un fronte unificato”, ha spiegato Mina Tumay in un articolo su impakter.com. “I manifestanti – ha sottolineato Tumay – vogliono un governo tecnico rivoluzionario composto: specialisti in grado di far uscire il Libano dalla crisi, rendendo superfluo il rapporto di potere tra sette, religioni e identità”.

Dalla guerra civile a oggi: la travagliata storia del Libano

Dal 1990 la spartizione del potere in Libano è stata decisa su base religiosa e di appartenenza politica, in particolare tra cristiani maroniti e musulmani, suddivisi tra sciiti e sunniti (di cui il premier dimissionario Hariri è un leader). La storia del Paese dei Cedri è stata caratterizzata dalla lunga guerra civile, iniziata nel 1975 e terminata nel 1990. Il conflitto scoppiò per le tensioni tra musulmani, che si sentivano poco rappresentati, e cristiani, con il sostegno di Israele, che invece temevano di perdere potere. L’afflusso di rifugiati palestinesi e il crescente ruolo dell’Olp furono fattori determinanti, insieme alla saldatura dei miliziani palestinesi con il Partito Nazionale socialista siriano. Gli scontri tra le due fazioni favorirono l’invasione israeliana del 1982: l’esercito di Tel Aviv entrò in territorio libanese con l’obiettivo di distruggere militarmente i combattenti musulmani, creando quindi una zona di sicurezza al confine. La presenza militare israeliana in Libano è durata 3 anni: dopo sono state comunque mantenute delle truppe nella “zona di sicurezza”.

Piazza dei martiri, a Beirut, nel 1982

Questa “guerra nella guerra” costò la vita, secondo le stime, a 17mila persone. Peraltro, proprio l’attacco israeliano portò alla nascita della formazione sciita degli Hezbollah, attraverso l’azione della Repubblica Islamica dell’Iran, creando spaccature all’interno degli stessi musulmani. Dall’altra parte, invece, ci furono scontri tra i cristiani che spingevano verso un processo di pacificazione e quelli che non volevano deporre le armi. Gli accordi di Ta’if, città dell’Arabia Saudita, consentirono la fine della guerra civile: nel 1990, dopo 15 anni di scontri che hanno provocato almeno 150mila vittime, cessarono le ostilità. Nel 2005 ci sono stati nuovi momenti di tensione (in realtà mai del tutto sopita) con la rivoluzione dei Cedri, innescata dall’assassinio dell’ex premier Rafiq Hariri. I sostenitori del leader sunnita accusarono la Siria, alleata di Hezbollah, di aver ordinato l’attentato. La nascita della Coalizione del 14 marzo, che mise insieme maroniti, sunniti e laici, portò alla fine dell’occupazione siriana (accettata con la pace del 1990) in Libano.

Una lunga crisi in Libano?

Di fronte a uno scenario così stratificato e ingessato, i libanesi sono scesi in piazza senza leader, né bandiere di parte, chiedendo semplicemente un miglioramento delle condizioni di vita. “I manifestanti chiedono un cambiamento nel governo e nel sistema. Non è mantenendo lo status quo, né è la creazione di un nuovo governo polarizzato che può dare le risposte”, ha osservato ancora Tumay. Per questo i sommovimenti sociali in Libano sembrano solo all’inizio.

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