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Le spine di Ursula, la donna che deve salvare l’Unione europea

Il battesimo non è stato da sogno per Ursula von der Leyen, l’ex ministra della Difesa tedesca. Certo, c’è la soddisfazione per l’elezione alla presidenza della Commissione europea, tutt’altro che scontata fino a qualche giorno fa visto gli umori cangianti di molti eurodeputati. Ma il risultato è arrivato con un margine stretto: 9 voti (383 sui 374 necessari), che significano un mandato impegnativo, più di quello che si poteva immaginare. L’esponente dei cristianodemocratici tedeschi ha così conquistato la nomina grazie al sostegno del Movimento 5 Stelle, confluito nel Gruppo misto dell’Europarlamento. Facendo i conti, peraltro, sono mancati all’appello circa 70 voti rispetto all’ipotetica maggioranza a disposizione.

Un mandato complesso, dunque, ma fondamentale per la sopravvivenza stessa dell’Unione europea, chiamata ad affrontare sfide decisive con la spina sovranista nel fianco. Il mancato supporto alla candidatura dell’ex ministra della Difesa tedesca è un segnale chiaro: le destre nazionaliste porteranno avanti le loro istanze, cercando di indebolire l’azione della prossima Commissione. E d’altra parte la nuova presidente ha dimostrato di voler conservare il cosiddetto cordone sanitario verso partiti come Lega, Rassemblement National, e Alternative für Deutschland. I punti principali da trattare sono senza dubbio l’ambiente, l’immigrazione, le politiche sociali ed economiche per garantire la tenuta dell’Europa e l’allontanamento del nazionalismo, come ha lasciato intendere la stessa von der Leyen. Tanto per fare un esempio, nei prossimi mesi lei sarà chiamata a valutare i conti italiani, su cui aleggia la nube dell’infrazione per debito eccessivo.

La sfida sostenibile

Il risultato delle Europee ha consegnato un Parlamento europeo molto più verde. Così l’emergenza climatica è finita in cima all’agenda politica dell’Ue. Von der Leyen ha capito la lezione e nel discorso di insediamento ha evidenziato questa sua volontà, anche per necessità elettorali (vedi alla voce “appoggio dei Verdi”). La promessa è stata quella di rendere il continente libero da CO2 entro il 2050, ribadendo che non è nemmeno sufficiente l’abbattimento delle emissioni del 40% entro il 2030. Per raggiungere l’ambizioso obiettivo è disposta a mettere sul tavolo mille miliardi di investimenti attraverso la Banca europea per gli investimenti (Bei). Il discorso di insediamento tratteggia un’Europa a trazione molto green. All’avanguardia sul tema ambientale e climatico rispetto ai giganti cinesi e statunitensi. Un’Europa sostenibile, insomma.

Rigore nei conti e immigrazione

Da ex ministra del governo Merkel ed esponente di spicco della Cdu, von der Leyen non si può certo definire un profilo aduso a sconti verso i Paesi con i conti in affanno. Su tutti, ovviamente, c’è l’Italia, già reduce da una serrata trattativa con Bruxelles. Sulle politiche sociali ha fatto una promessa impegnativa: un salario minimo europeo per garantire i diritti a tutti i lavoratori e contrastare fenomeni di sfruttamento.

Un argomento molto delicato è sicuramente quello dell’immigrazione: l’assenza di adeguate politiche dell’Unione europea ha favorito un sentimento di paura nei cittadini che, come nel caso italiano, hanno assunto posizioni molto critiche nei confronti di Bruxelles. La presidente, fin dall’insediamento, ha promesso di voler riformare il Trattato di Dublino, secondo cui un migrante deve chiedere rifugio nel Paese di primo approdo. Il compito di Ursula von der Leyen si annuncia improbo: la posizione del Gruppo di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria) è rigidissima. E respinge qualsiasi possibilità di confronto e di accoglienza dei migranti. L’intransigenza genera una paralisi, rischiando di minare alla base l’Unione stessa. Il vero successo politico della nuova Commissione si giocherà molto probabilmente su questo terreno.

Jean-Claude Juncker

Cosa farà von der Leyen

Gli obiettivi programmatici, insomma, sono alquanto ambiziosi. Per l’ex ministra tedesca si annuncia un incarico durissimo. Ma cosa potrà fare davvero? Sull’ambiente e il contrasto all’emergenza climatica, von der Leyen parte con un vantaggio: la sensibilità sulla questione è cresciuta tanto rispetto al passato e i governi nazionali iniziano a comprendere le possibilità di sviluppo portate dalla riconversione. In un certo senso, per quanto la sfida sia gigantesca, è quella più realizzabile, anche in virtù della grande rappresentanza “verde” nell’Europarlamento.

Il capitolo conti pubblici è più complesso e comunque non è immaginabile un allentamento del controllo. Un rigorismo più malleabile alla Angela Merkel rispetto ai leader nord-europei o al premier olandese Mark Rutte, assai severo sul tema. In questo senso è prevedibile una continuità con la linea tenuta dal suo predecessore Jean-Claude Juncker: attenzione ai vincoli, ma anche disponibilità al confronto con gli interlocutori. A differenza di Juncker, però, nessuno potrà attaccare von der Leyen per aver governato un paradiso fiscale, come il Lussemburgo, nel cuore dell’Europa. Un fattore non proprio secondario per l’immagine pubblica e per la sua credibilità.

Infine, dei tre macro-temi, quello dell’immigrazione è la vera mission impossible della presidente tedesca. Il blocco di Visegrad è pronto alle barricate, come ha sempre fatto, per stroncare sul nascere qualsiasi tentativo di reale riforma del Trattato di Dublino. Gli appelli alla “solidarietà”, finora, non hanno sortito grossi effetti. È impossibile che le parole di von der Leyen possano causare scossoni. In questa ottica servirà grande diplomazia, cercando di coinvolgere i Paesi più aperti a un confronto. Anche perché, per l’ennesima volta, l’Italia avrà un ruolo strategico: la nutrita pattuglia leghista nell’Europarlamento è pronta a fare sponda con il governo italiano. Pronto a dare battaglia a Bruxelles.

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