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Le spine della Brexit

La questione scozzese

A dicembre verrà votato l’accordo tra il Regno Unito e l’Unione Europea appena concordato nei negoziati a Bruxelles. Se dovesse essere reso operativo come tutto sembra far pensare, allora l’Inghilterra per l’ennesima volta nella sua storia dovrà fare i conti con la Scozia.

La regione a nord dell’isola di Albione è da sempre contraria all’uscita dall’Europa soprattutto per motivi economici. In questi quasi due anni dal referendum ha spesso e volentieri fatto sentire la sua voce, appoggiando e secondo alcuni fomentando la possibilità di una nuova consultazione popolare. Un elemento politico collegato ad un altro referendum, all’epoca fallito, che è quello per l’indipendenza da Londra.

La situazione

L’SNP, Scottish National Party (terzo partito al parlamento di Westminster) ha sempre detto che la sua volontà era quella di rimanere nell’UE. Ma il suo obiettivo principale, oltre alla devolution, era quello di chiedere un compromesso per una Brexit “soft”. Cioè il mantenimento del Regno Unito del mercato unico e dell’unione doganale dell’UE, o in mancanza di quello, ottenere per la Scozia un accordo differenziato per rimanere nel mercato unico.

Il problema è che non è chiaro se all’interno dell’SNP esista una maggioranza netta a favore delle richieste di Nicola Sturgeon, leader del partito, che deve mettere insieme le varie anime dei laburisti, dei tories, dei Green, Liberal Dem.

Se l’accordo di maggio con l’UE – contrariamente alle aspettative – verrà votato a dicembre, allora è molto probabile che la Brexit accada, anche se alcuni parlamentari potrebbero combattere un’azione di retroguardia per forzare un “voto popolare”. In Scozia, la Brexit andando avanti sarà accolta molto negativamente.

Se la Brexit va avanti, il dibattito sull’indipendenza – che rimane la divisione politica chiave in Scozia – tornerà di strettissima attualità. Un recente sondaggio ha indicato che se la Brexit andrà avanti, il sostegno all’indipendenza scozzese salirebbe al 50% e che, se si trattasse di un “no deal” Brexit, potrebbe salire al 52%.

Un bel problema per Theresa May perché la pressione sta crescendo in alcune parti del SNP e nel movimento indipendentista.
 
La Brexit e la pace irlandese

“Questo clima di rispetto reciproco, di comprensione e di amicizia crescente è stato il background positivo entro cui sono avvenuti molti sviluppi significativi: il cessate il fuoco, l’accordo politico, la maggiore connessione e l’aumento della prosperità per molti. Il messaggio di Gesù di amare il prossimo sta guidando la loro risposta alla decisione della Gran Bretagna di lasciare l’UE, e che è importante riconoscere le legittime aspirazioni sia di coloro che hanno votato la Brexit sia di coloro che hanno votato per rimanere nell’Unione europea.

Preghiamo in questo momento che le inevitabili tensioni che comporteranno i negoziati sulla Brexit, non compromettano la qualità delle relazioni e la comprensione reciproca, entrambe così importanti per consentire a tutti noi di lavorare insieme per il bene comune. In questo contesto, vogliamo in particolare incoraggiare i rappresentanti pubblici, e tutti gli altri che svolgono un ruolo di governo nella nostra società, a valutare attentamente le loro parole, a rispettare l’integrità di coloro che coscientemente differiscono da loro e a parlare con grazia”

Parole contenute in una lettera firmata dai rappresentanti della Chiesa cattolica, della Chiesa metodista, della Chiesa presbiteriana e della Chiesa d’Irlanda. Parole e concetti forti che lasciano intendere una situazione agitata che cova sotto la cenere. E che sembrano individuare un sentimento popolare ben diverso da quello espresso dal premier irlandese Leo Varadkar sull’accordo raggiunto la settimana scorsa :” Questa è la conclusione di due anni di duro lavoro che hanno permesso di raggiungere il nostro obiettivo, quello di un accordo che ci protegge e che protegge la nostra economia: oggi lo abbiamo”.

La questione dell’Irlanda del Nord

Fin dall’inizio del negoziato, sia Londra che Bruxelles hanno concordato sulla necessità di mantenere aperto il confine irlandese e impedire che il ripristino delle barriere fisiche tra Repubblica d’Irlanda e Irlanda del Nord compromettesse l’accordo di pace del 1998. Per questo si è deciso di ricorrere a un ‘backstop’, una clausola di salvaguardia. Il backstop dovrebbe garantire il mantenimento del confine aperto anche dopo il periodo di transizione post Brexit. In questo periodo si negozierà il futuro trattato commerciale tra Regno Unito e Ue che, secondo gli auspici, dovrebbe risolvere anche in modo definitivo la questione irlandese. Di fatto, non c’è nessuna garanzia che si possa giungere a un accordo e per questo è stata prevista la clausola di garanzia.

Il backstop concordato tra Londra e Bruxelles prevede che l’Irlanda del Nord resti allineata ad alcune regole Ue in tema di prodotti alimentari e standard sulle merci. In questo modo, non saranno necessari controlli doganali e di frontiera tra Repubblica d’Irlanda (che rimarrà territorio Ue) e Nordirlanda. I controlli saranno però necessari per le merci destinate all’Irlanda del Nord dal resto del Regno Unito, di fatto istituendo un confine nel Mare d’Irlanda. In questo scenario, è stato concordato di creare un territorio doganale unico tra Regno Unito e Ue, e l’Irlanda del Nord resterebbe in questo medesimo territorio doganale. Finché il backstop è operativo, il Regno Unito sarà soggetto a “condizioni di parità”, per garantire che non possa ottenere un vantaggio competitivo pur rimanendo nello stesso territorio doganale.

La questione Gibilterra

Con l’intesa raggiunta all’ultimo minuto, la Spagna ha ottenuto che l’accordo commerciale fra Londra e l’Unione Europea, successivo al periodo di transizione, non venga esteso di conseguenza anche a Gibilterra, territorio britannico conteso da Madrid. E Londra ha dovuto accettare pena il rischio che la Brexit saltasse per aria. L’intesa raggiunta, spiega il sito del governo britannico, chiarisce che l’accordo sulla Brexit “non impone obblighi sull’ambito territoriale dei futuri accordi”. In pratica la Spagna avrà il diritto di rivedere e approvare ogni futura intesa che riguarderà Gibilterra.

Madrid aveva obiettato all’accordo sulla Brexit, sottolineando che non veniva chiarito il suo diritto di veto su ogni futura decisione su Gibilterra. In mancanza di una intesa su questo punto, la Spagna minacciava di votare contro l’accordo. Allo stesso tempo diversi paesi membri dell’Ue erano restii a riaprire le discussioni nel timore che altri punti dell’accordo da 585 pagine potessero essere rivisti. L’intesa raggiunta fra Londra e Madrid rimuove le obiezioni spagnole, senza dover riaprire le discussioni generali.

Per l’Inghilterra la questione Gibilterra di cui ci siamo occupati qui, sembra essere soprattutto una questione di politica militare e cioè poter mantenere una piccola base navale nel Mediterraneo

Eduardo Lubrano

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