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Le ” rivoluzioni colorate “

Premessa

Le chiamano “rivoluzioni colorate” o rivoluzioni gentili perché nella maggioranza dei casi nascono come proteste di piazza spontanee senza leader o portavoce che hanno l’obbiettivo di far sentire la voce del “popolo” contro il governo in generale, o per alcune misure considerate particolarmente severe o ingiuste. Come nel caso dell’ultima in ordine cronologico: i “gilet gialli” in Francia scesi in piazza per chiedere al governo di recedere dalla decisione di aumentare le accise sulla benzina. Operazione che sembra riuscita in parte se il Primo Ministro francese manterrà la parola data giovedì sera 7 dicembre.

Cosa c’è dietro. Un po’ di storia

 I colori, un oggetto o altro che fungesse da riconoscimento per i manifestanti è storia antica come il mondo. Per limitarci agli ultimi 50 anni possiamo partire dal 25 aprile del 1974: quel giorno il Portogallo si liberò del regime fascista instaurato da Antonio de Oliveira Salazar (che però era moro nel 1970) e portato avanti dai suoi seguaci. Fu chiamata la “Rivoluzione dei garofani” perché i militari – proprio loro – che insorsero contro il regime misero questi fiori nelle canne dei loro fucili.

Molto più tardi, siamo nei primi anni del terzo millennio le rivoluzioni colorate hanno attraversato l’Europa, l’Africa, l’Asia. Gli esperti dicono che sono state il frutto dell’elaborazione del pensiero del filosofo e politologo americano Gene Sharp, fondatore dell’Albert Einstein Insitute per lo studio e l’utilizzo della non violenza nei conflitti in tutto il mondo. Se è così ecco che nel 2003 La Georgia, l’ex repubblica sovietica, si è sollevata contro le elezioni che portarono alla presidenza Eduard Sevardnaze. Fu la “Rivoluzione delle Rose” perché la rosa è il simbolo del paese. Fu pacifica ma intensissima ed il presidente fu costretto a dimettersi, indire nuove elezioni che furono vinte da chi volevano i manifestanti.

Due anni dopo, nel 2005, furono diversi i colori a dipingere la tavolozza mondiale delle proteste. La più famosa è stata quella “Arancione” in Ucraina che sia pure in mezzo a qualche momento di violenza portò alla presidenza il candidato anti Russo Viktor Juscenko. In questo caso il colore fu scelto come simbolo degli oppositori al governo corrotto senza un particolare motivo.

Le sciarpe gialle furono il simbolo distintivo delle proteste contro il governo in Mongolia sempre nel 2005; i Tulipani quello della rivolta che fece scappare il presidente Akayev in Russia nel Kirzighistan; il verde e poi l’arancione quello della rivoluzione fallita in Azerbaijan.

Dal colore delle vesti dei monaci buddisti che la guidarono, ha preso il nome la “Rivoluzione dello Zafferano” in Myanmar nel 2007. aveva lo scopo di obbligare la giunta dittatoriale al potere ad un’apertura democratica ed al rispetto dei diritti umani.

L’improvviso aumento del prezzo della benzina e dei generi alimentari dovuto all’interruzione dei sussidi governativi, su suggerimento del Fondo Monetario Internazionale fu la scintilla per il fuoco che aspettava da tempo di esplodere . Le proteste, soffocate dalla giunta militare con arresti e minacce, hanno ottenuto il sostegno unanime della stampa e della politica occidentale.

E si torna ai colori con la rivoluzione verde in Iran per deporre il presidente-dittatore Mahmoud Ahmadinejad: qui il verde assunse il significato che tutto il mondo gli attribuisce cioè speranza. In questo caso di libertà, democrazia, pace.

Nel 2010 forse la più famosa delle rivoluzioni colorate a sfondo floreale: la “Rivoluzione dei gelsomini” in Tunisia che viene fatta coincidere con l’inizio della primavera araba. Il gelsomino è il fiore simbolo della Tunisia ma la definizione della protesta è della stampa occidentale che in un primo tempo la paragonò a quelle di cui abbiamo accennato dell’Europa occidentale specie per il carattere inizialmente pacifico. In realtà in Tunisia la rivoluzione fu tutt’altro che pacifica a causa della risposta feroce dell’allora presidente Ben Alì.

Su tutto questo discorso va sottolineate una teoria che forse è qualcosa di più: dietro le “rivoluzioni colorate” ci sarebbero gli Stati Uniti che facendo loro in qualche modo le idee di Gene Sharp hanno appoggiato con armi e denaro questi movimenti prima anti Russia, poi anti USA per rovesciare governi, presidenti, dittatori a loro contrari o diventati scomodi per la Casa Bianca.

Eduardo Lubrano

 

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