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Le proteste in Cile e la storia da Allende a oggi

Una scintilla scoccata su una polveriera. Questo ha rappresentato l’aumento dei biglietti per i trasporti pubblici in Cile. Il passaggio del costo da 800 a 830 pesos (1,04 euro) ha scatenato violente proteste, che hanno portato ad atti di saccheggio e a un durissimo intervento repressivo delle forze dell’ordine. Una reazione che non è stata placata nemmeno dal ritiro del provvedimento annunciato dal governo. Il bilancio attuale è di 10 vittime accertate, 5 delle quali morte in un incendio divampato dopo l’assalto a una fabbrica di indumenti. I feriti sono centinaia, mentre la polizia ha arrestato almeno 300 manifestanti. Il clima nel Paese è da guerra civile: il presidente Sebastian Piñera ha parlato apertamente di “guerra” contro “nemici potenti” (quanto non meglio identificati), dichiarando il coprifuoco totale, di sera, dalle 21 alle 7. Una decisione che riporta i cileni indietro di decenni, alla dittatura di Pinochet.

Le cause delle proteste in Cile

L’ennesimo rincaro dei biglietti è stato dunque solo l’ultimo atto di una tensione sociale crescente, legato al carovita e alla difficoltà di migliaia di famiglie a mantenere un livello di vita adeguato. Il malcontento era ai livelli di guardia a inizio ottobre, con l’aumento del 10,5% delle tariffe per l’energia elettrica. A questo si aggiunge l’ira per un sistema pensionistico giudicato iniquo: i lavoratori devono destinare ogni mese quasi il 12% delle proprie entrate in fondi pensionistici gestiti da enti privati. E l’amministrazione dei fondi pensione (Afp) investe sui mercati quelle cifre, senza che ci sia un diretto ritorno per il dipendente.

Il presidente del Cile Sebastian Piñera

Non va meglio la gestione della sanità: i lavoratori devono dare il 7% della retribuzione per un’assicurazione sanitaria per un’assicurazione sanitaria pubblica o privata, a scelta. Il problema è che gli ospedali sono sempre più deficitari con strutture carenti. La situazione sociale si inserisce poi in un Paese dove la corruzione inizia a dilagare tra le forze di polizia, smentendo la descrizione di “oasi felice” cilena data per anni.

Allende e la fine della democrazia in Cile

Augusto Pinochet

La storia del Cile è segnata indelebilmente da una data: 11 settembre 1973. In quel giorno, infatti, si instaurò il regime militare di Augusto Pinochet, che rovesciò la presidenza di Salvador Allende, eletto nel 1970. Il leader della coalizione di sinistra, di ispirazione socialista, era asceso al potere, sconfiggendo l’avversario Jorge Rodriguez. La promessa di una “via cilena al socialismo” costò subito ad Allende l’ostracismo degli Stati Uniti e dei settori più conservatori della società. Le nazionalizzazioni e le politiche sociali avviate sotto la presidenza del leader della sinistra furono osteggiate dalle opposizioni, fino al colpo di Stato orchestrato dai vertici militari con la benedizione di Washington nell’ambito del controllo dei Paesi del Sud America. Il golpe fu guidato da Augusto Pinochet, che appena qualche mese prima era stato nominato Capo di Stato Maggiore dal presidente, credendolo vicino al governo. Le forza armate assaltarono la Moneda, il Palazzo presidenziale, dove Allende morì suicida per non finire nelle mani dei golpisti.

Pinochet: un regime sanguinario

Da allora iniziò la cruenta dittatura di Pinochet, che represse qualsiasi libertà, rafforzando i legami con i settori più produttivi dell’economia. Secondo il Rapporto Rettig, redatto dopo la caduta del regime, 3.508 sono state uccise tra persone assassinate, giustiziate o scomparse (i desaparecidos). In totale, stando a dati aggiornati negli anni, circa 40mila cileni sono stati bersaglio di aggressioni o torture. Nel 1980, anno di approvazione della nuova Costituzione, Pinochet ottenne il rinnovo del mandato. Negli anni, tuttavia, alcuni sostenitori – anche molto potenti – iniziarono a prendere le distanze dal dittatore. Nel 1986 ci fu un tentativo di assassinio del generale, che si salvò, subendo solo qualche ferita. L’anno successivo ci fu un altro evento storico: Papa Giovanni Paolo II incontrò Pinochet, suscitando proteste sull’opportunità dell’incontro con un dittatore.

La caduta del regime di Pinochet

Nel 1988 iniziò il declino della dittatura del generale: il plebiscito, un referendum sulla sua conferma, vide vincere i “no” con il 56% dei voti contro il 44% a favore della riconferma. Pinochet rimase comunque in carica fino al 1990, in attesa delle elezioni democratiche e dell’insediamento di un nuovo presidente. Fino al 1998 occupò il ruolo di comando delle forze armate, diventando nel frattempo anche senatore a vita. Solo nell’ottobre di quell’anno fu arrestato in Gran Bretagna per il mandato d’arresto internazionale spiccato dal giudice Baltasar Garzon. Nel 2000 fece ritorno in Cile, dove fu più volte sottoposto al regime degli arresti domiciliari. Fino al 2006 (quando aveva 91 anni) ha comunque evitato un vero processo per i crimini commessi.

Michelle Bachelet, Alto Commissario dell’Onu per i diritti umani

Da allora il Cile ha portato avanti un percorso democratico, in un’alternanza di presidenti conservatori e socialisti, sfruttando anche il divieto  della Costituzione (entrato in vigore nel 2005) alla ricandidatura per un secondo mandato consecutivo. L’esempio lampante è quanto accaduto dal 2009, quando Michelle Bachelet (socialista e attualmente Alto Commissario dell’Onu per i diritti umani) eletta 4 anni è stata sostituita da Piñera (conservatore). Nel 2013 ha vinto di nuovo Bachelet, e nel 2017 si è ripetuta l’alternanza con il ritorno alla presidenza di Piñera.

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