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Le nocciole turche, i rifugiati siriani e il lavoro minorile

Il 70% di tutte le nocciole per uso di pasticceria proviene dalla Turchia, una ricchezza prodotta da circa 600.000 piccole fattorie sparse nel paesaggio verdeggiante che si estende lungo la costa settentrionale del paese.

Raccoglierle è un lavoro difficile e rischioso. Perché il terreno è fatto di ripide pendenze e spesso è necessario rimanere attaccati gran parte del tempo alle corde legate alle rocce, una precauzione contro una caduta potenzialmente fatale. La paga è di 10 dollari al giorno.

Chi fa questo lavoro

Oggi un numero crescente di lavoratori stagionali di noccioleti sono rifugiati siriani, una coorte con un insieme unico di vulnerabilità. Pochi hanno un permesso di lavoro, il che significa che non hanno protezioni legali. I circa 3,4 milioni di altri rifugiati siriani che dal 2011 si sono riversati in Turchia, hanno lo status di “persone sotto protezione temporanea”. Sono pochi i permessi di lavoro concessi a questo gruppo e l’agricoltura è uno dei pochi settori in cui non è richiesto il permesso di lavoro.

Il codice del lavoro turco non si applica alle aziende agricole con meno di 50 dipendenti, per cui gran parte del controllo di questa coltura ricade sulle aziende dolciarie.

La raccolta delle nocciole si divide essenzialmente in due compiti: la raccolta e il trasporto. Le nocciole raccolte vengono messe nei sacchi da circa 110 libbre ciascuno, che i trasportatori portano su e giù per le montagne fino ai camion.

Anche le ore sono tante dalle 7 alle 19 in alcune fattorie. Se non si lavora non si viene pagato, e fare delle settimane di lavoro di sette giorni è la norma.

La Turchia è diventata la capitale della nocciola nel pianeta grazie alla fortuna e all’intervento del governo. La regione del Mar Nero ha il mix ideale di terreno argilloso, sole e pioggia. A partire dalla fine degli anni ’30, il Partito Repubblicano del Popolo incoraggiò gli agricoltori locali a piantare alberi di nocciolo, sia per sollevare l’economia locale che per ridurre le frane.

Oggi, le nocciole sono solo una delle colture che fanno dell’agricoltura il 6% dell’economia turca. Circa un quinto della forza lavoro del paese si occupa di agricoltura, compresi i lavoratori stagionali che si recano in regioni diverse all’inizio dei vari raccolti. Circa 200.000 sono rifugiati siriani.

Il problema degli intermediari

Conosciuti come dayibasi – die-ye-ye-BASH-ee – gli intermediari turchi sono gli operatori meno controllati e meno visibili nel sistema agricolo. Dal punto di vista giuridico, sono tenuti ad avere un’istruzione elementare e un permesso che viene rinnovato ogni tre anni. In pratica, gli intermediari non sono regolamentati e non sono formati.

I dayibasi spesso forniscono ai lavoratori prestiti tra un raccolto e l’altro che possono tradursi in una forma di servitù a contratto. Più comuni, dicono i siriani, sono le menzogne sui salari, che sono in genere consegnati in somme forfettarie di fine raccolto. Fino ad allora, i lavoratori sono pagati quanto basta per coprire il cibo e l’affitto, e vengono dati “biglietti da visita” – essenzialmente un IOU (I own you – un pagherò) – per ogni giorno sul campo.

Apparentemente, il sistema è progettato per garantire la fedeltà, ha detto Saniye Dedeoglu, professore di economia del lavoro all’Università di Mugla in Turchia.

“Per formare un gruppo di lavoro sono necessarie da 15 a 20 persone, e se qualcuno è in debito con te, è improbabile che se ne vada per un altro lavoro”, ha detto. “Ma abbiamo visto cosi’ tante persone sul campo che hanno raccolto un mucchio di biglietti da visita e l’intermediario e’ appena scomparso”.

Chi compra ed utilizza le nocciole turche

Gran parte del raccolto si trasforma nelle famose confezioni, come la Nutella spalmabile della Ferrero, le barrette di cioccolato Nestlé e Godiva di un’azienda turca, Yildiz. Pochi consumatori sanno che dietro ognuna di queste leccornie c’è un raccolto che è stato a lungo noto per i suoi rischi e difficoltà, così come la prevalenza del lavoro minorile, un flagello che il governo sta cercando di combattere da anni.

La Ferrero afferma di supervisionare con un enorme sforzo questo sistema per proibire il lavoro minorile e fissare standard salariali e di sicurezza. L’azienda privata – guidata da Giovanni Ferraro, la cui fortuna personale è stata riportata da Forbes a 22,3 miliardi di dollari – è un impero costruito sulle nocciole. L’azienda acquista un terzo delle nocciole della Turchia. Ha lottato, insieme ai concorrenti, per assicurarsi che non ci sia un’ombra sul raccolto.

Ma il monitoraggio completo degli allevamenti turchi di noccioleti è un obiettivo eccezionalmente difficile perché sono numerosi e indipendenti. Inoltre, il salario minimo, che quasi ogni agricoltore offre, non manterrà una famiglia al di sopra della soglia di povertà del paese. E cioè prima che la retribuzione sia ridotta dagli intermediari, che collegano i lavoratori alle aziende agricole e spesso intascano più del normale taglio dei salari del 10 per cento.

Per le aziende del cioccolato, tutto questo rappresenta un enigma. Mentre altri paesi hanno cercato di sostenere la loro produzione di nocciole, la Turchia rimane la madrepatria, ed è impossibile soddisfare la domanda internazionale senza acquisti massicci. Ma acquistare nocciole in Turchia significa sostenere un raccolto con evidenti difetti umanitari.

“In sei anni di monitoraggio, non abbiamo mai trovato in Turchia un’unica piantagione di nocciole in cui siano rispettati tutti i principi del lavoro dignitoso”, ha detto Richa Mittal, direttore dell’innovazione e della ricerca della Fair Labor Association, che ha svolto un lavoro sul campo sulla coltivazione di nocciole in Turchia.

La Fair Labor Association ha una visione di gran lunga migliore della catena di fornitura dell’azienda perché ha collaborato con essa in un programma pilota di 31 mesi sponsorizzato dal Dipartimento del Lavoro degli Stati Uniti. Nel migliore dei casi, questi sforzi sono un inizio modesto, come ha trovato Nestlé in un sondaggio del 2017 pubblicato sul suo sito web.

Più del 72% dei lavoratori ha riferito di avere a malapena abbastanza soldi per sopravvivere. Il novantanove per cento ha detto che lavora sette giorni alla settimana. I problemi del lavoro minorile, ha dichiarato l’azienda, sono “peggiorati nell’ultimo anno” a causa della guerra in Siria.

 

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