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Le multinazionali della soia “divorano” foreste e biodiversità

Le multinazionali della soia, tra cui sembra esserci la Monsanto, in Brasile, si accaparrano terra per le loro monocolture intensive, lasciando dietro di loro deforestazione, perdita di biodiversità, impoverimento. Dati e cifre agghiaccianti.

 

Il Brasile terreno di caccia per le multinazionali

In Brasile la foresta viene abbattuta, sradicata, bruciata per fare sempre di più spazio alla monocoltura intensiva della soia. Il colosso agroalimentare Monsanto guida questa corsa sfrenata tra multinazionali per l’accaparramento di terra. Negli ultimi 30 anni la superficie di foresta convertita a piantagione di soia è aumentata di circa il 250%. Glenn Hurowitz, direttore dell’Ong Mighty Earth, punta il dito sulle istituzioni nazionali: “la deforestazione ha continuato ad aumentare in Amazzonia, il Brasile ha raggiunto i maggiori livelli di deforestazione negli ultimi 10 anni. Non è una sorpresa, dato che il governo di Bolsonaro ha ridotto le tutele ambientali, disfacendo anni di policy”. In effetti, lo scorso anno la Monsanto ha ottenuto dal governo brasiliano l’autorizzazione a convertire alla coltivazione della soia altri 25mila ettari nella regione del Cerrado, una delle aree aventi la maggiore biodiversità di tutto il pianeta. Impakter Italia si è occupato più volte di quanto sia cruciale per il benessere di tutti la difesa della biodiversità. Senza biodiversità non può esserci sviluppo sostenibile.

Lo stretto legame tra allevamento intensivo e monocoltura intensiva

La corsa alla terra per coltivare soia dipende dalla crescente domanda di mangimi animali, a loro volta legati al inarrestabile incremento su scala mondiale dell’allevamento intensivo.  Secondo la FAO nel 2018 la produzione mondiale di soia ha toccato i 350 milioni di tonnellate. Una produzione che ha impegnato circa 120 milioni di ettari di terra. Ma analizzando i dati nel dettaglio vediamo che solo il 7% è destinato all’alimentazione umana. Ben l’80% è impiegato per la produzione di mangimi animali destinati soprattutto agli allevamenti intensivi. La monocoltura intensiva è quindi produttivamente complementare all’allevamento intensivo. A questo proposito è categorica Martina Borghi, responsabile Campagna Foreste di Greenpeace Italia: “la Politica agricola comune (PAC) deve essere riformata, tagliando i sussidi pubblici destinati al sistema degli allevamenti intensivi, che dipende fortemente dalle importazioni di alimenti per animali, come la soia”.

Il paradosso del biocarburante “insostenibile”

Il restante 12-13% è utilizzato per la produzione di biocarburanti. Tutto questo ha conseguenze pesantissime dal punto di vista della sostenibilità. In ambito ecologico e anche in quello economico e sociale. Per quanto riguarda poi la produzione di biocarburante, siamo davanti a un tragico paradosso: la produzione di carburante “verde” e rinnovabile, il cui utilizzo consente di abbattere le emissioni di gas serra, ma le cui modalità di produzione provocano altri gravi squilibri economici e sociali.

Gli effetti economici e sociali

La monocoltura intensiva di soia ha tutto l’aspetto di una colonizzazione che va oltre i confini brasiliani, per espandersi ad altre aree del Sudamerica, in particolare Argentina e Paraguay. La coltivazione di sussistenza è stata interamente falcidiata, provocando un incremento dell’impoverimento di queste comunità. Impoverimento dovuto al fatto che l’offerta lavorativa creata dalla monocoltura è prossima allo zero. Infatti, grazie all’avanzata meccanizzazione dell’irrigazione, della semina, della lavorazione del terreno e della raccolta, questi immensi territori vengono gestiti da gruppi di non più di 5-6 persone.  A questo si aggiunge l’irrorazione aerea dei diserbanti. La piantagione risulta essere un’immensa fabbrica quasi completamente automatizzata, dove quasi non si vede traccia di attività umana. Ed ecco che al danno economico, per le comunità rurali locali si configura lo spettro dell’assoluta disgregazione sociale, tomba di ogni possibile riscatto.

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