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Paolo Lattanzio intervista Recovery fund

Lattanzio: “Crisi di governo sarebbe senza senso, Recovery fund per l’infanzia”

Un Recovery fund in direzione infanzia. Per far ripartire la scuola, e non solo. Paolo Lattanzio, deputato eletto con il Movimento 5 Stelle e passato di recente al Partito democratico, indica i punti fondamentali da inserire nel piano illustrato, sotto forma di bozza, dal presidente del Consiglio Conte. Ma il parlamentare dem non vuole sentire parlare di crisi di governo: “Sarebbe da irresponsabili e senza senso”. E, in questa intervista a Impakter Italia, chiede coesione e sostegno all’esecutivo, ancora di più sulla gestione della pandemia. Che ha già prodotto un aumento di poveri.

Disuguaglianza e povertà sono aumentate con la pandemia. Cosa bisogna fare per agire su questi fronti?
Disuguaglianze e povertà sono due facce della stessa medaglia. Erano due temi già centrali nella politica e nella società italiana. E lo sono diventati, in maniera drammatica, in questo 2020: lo saranno ancora di più nei prossimi anni. Rappresentano le vere sfide da affrontare con misure, linguaggi e logiche totalmente nuovi. Ci sono alcune cose indispensabili da fare: dobbiamo partire dai più piccoli, dall’infanzia, perché laddove si annida povertà economica ed educativa ci sono i veri problemi della società. E non mi riferisco solo all’infanzia già a rischio da prima. Con la pandemia le disuguaglianze diventano ancora più nette. C’è chi può lavorare da casa e chi il lavoro lo ha perso.

Come bisogna intervenire in questo senso?
È importante intervenire sui non garantiti, quel pezzo di mondo che lavorava in nero o faceva lavori saltuari. E che, piaccia o meno, rappresentava una parte dell’economia del Paese. Serve una grande operazione di ‘tracciamento’ ed emersione di queste persone.

Un’altra questione è il gender gap: come bisogna recuperare i ritardi accumulati?
Bisogna osare e fare di più, facendo cessare un approccio paternalistico: dobbiamo rivendicare la qualità del lavoro che viene prodotto dalle donne. La politica italiana è  purtroppo gestita soltanto da uomini. Anche durante la pandemia l’apporto delle lavoratrici è stato fondamentale. E questo rende sempre più importante la necessità di raggiungere la parità salariale. Ma occorre una parità culturale, che non deve guardare più la donna come l’angelo del focolare. È un’immagine stereotipata da combattere con forza.

Paolo Lattanzio intervista Recovery fund

Il deputato Paolo Lattanzio

Si discute del Recovery Fund, tema che sta creando divisioni nella maggioranza. Quali sono i settori su cui bisogna investire?
Ci sono dei settori ancora poco presenti. Penso, in particolare, all’infanzia: troppo poco presente. Si parla del Family act: una riforma importantissima, ma che non basta per affrontare tutti problemi. Il tema è più complesso. Si sono inseguiti dei messaggi bandiera, degli slogan, date simbolo come il 14 settembre indicato dalla ministra dell’Istruzione (Lucia Azzolina, ndr). Di fatto, però, molto scuole sono chiuse.

E con la pandemia è difficile immaginare miglioramenti…
La prospettiva per i mesi invernali non mi sembra particolarmente incoraggiante. Per questo serve un maggiore ascolto e una maggiore analisi, magari partendo da un documento pubblico, quello del prof. Bianchi, che la ministra Azzolina continua a nascondere.

Scuola a parte, è d’accordo con la ripartizione indicata dalla prima bozza del governo sul Recovery Fund?
La chiave di lettura sul Recovery fund, secondo quanto si apprende, sarà la capacità di investire dei progetti. Non bisogna farsi la domanda ‘quanto devo spendere’, ma cosa voglio raggiungere e come voglio farlo. Sull’infanzia, e non solo.

Sul Recovery Fund serve davvero una task force per agire sul concreto?
Dobbiamo lavorare sull’ordinario, sulla struttura amministrativa e burocratica, compiendo una rivoluzione culturale. La Pubblica amministrazione deve gestire e monitorare ciò che mettiamo nel Piano nazionale di resilienza. Senza una Pa adeguata, i programmi non possono funzionare. Serve avere una macchina funzionante, per questo non amo particolarmente le task force. Non si tratta di una gestione emergenziale, ma di una progettazione a lungo termine.

Come si inserisce in questo discorso lo sviluppo sostenibile?
Lo sviluppo sostenibile è il tema intorno a cui tutto si sta organizzando ed è molto sfaccettato. La sostenibilità ambientale deve andare di pari passo con la lotta alla disuguaglianza. Non si possono scindere i due aspetti. È importante la partnership pubblico-privato, con uno Stato innovatore dotato di coraggio per porre questioni fondanti. Come dice Lorenzo Fioramonti (qui l’intervista di Impakter Italia all’ex ministro) i cittadini devono essere parte attivi del processo, senza responsabilità e inclusione rischiano di essere abbandonati a se stessi.

Ma oltre i discorsi progettuali sul futuro, c’è la stretta attualità. Crede davvero all’ipotesi di uno showdown nel governo?
È dall’inizio della legislatura che si parla di fine anticipata della stessa legislatura e di elezioni. Sarebbe una crisi al buio. Peggio ancora: sarebbe la fine prematura della legislatura. È una prospettiva da biasimare per irresponsabilità e inopportunità. I partiti di maggioranza hanno finora remato nella stessa direzione. Ci sono delle divergenze inevitabili, ma ci sono anche delle aggressioni verbali evitabilissime. I temi concreti sulla governance per lo sviluppo possono essere affrontati all’interno della maggioranza. La resa dei conti che leggo sui giornali non fa bene a nessuno.

Giuseppe Conte (foto governo.it)

È possibile riportare alla normalità i rapporti nella maggioranza, date le ultime evoluzioni?
Dobbiamo dare, noi per primi, un esempio di responsabilità e serietà. Questo significa trovare una sintesi, migliorare insieme i provvedimenti. Sarebbe senza senso sottoporre il Paese, durante una pandemia, allo shock di una campagna elettorale. Sarebbe ingiustificabile agli occhi dei cittadini. E non da ultimo, questo spalancherebbe le porte alla pessima destra sovranista e neofascista che vediamo in Italia. Non è il momento di venire meno agli impegni presi con la nascita di questa maggioranza.

È uscito dal Movimento 5 Stelle, in dissenso dalle mancate alleanze alle Regionali. Cosa l’ha spinto a entrare nel Pd?
Sono uscito dal Movimento perché ero in dissenso quasi su tutto: sulla modalità organizzativa, sui rapporti con la Casaleggio, sullo lo stile comunicativo, sulle politiche in materia di sicurezza, cultura, scuola. E infine sulle Regionali. Ho sempre espresso la contrarietà, pagandone le conseguenze. Il punto finale è stato quello delle Regionali in Puglia, dove è stata fatta una valutazione folle, che ha portato il M5s sotto il 10%. Un risultato irrilevante. I vertici si sono resi conto, dopo mesi, che era indispensabile fare un accordo con il Pd e con il presidente Michele Emiliano. Il buon Vito Crimi con tre mesi di ritardo è arrivato a quel che suggerivamo da sempre. Chiedevamo una trattativa politica, alla luce del sole. Ci sono arrivati a posteriori.

Palazzo Montecitorio (Foto di LPLT – License creative commons)

Cosa serve a questa alleanza, attualmente al governo, per diventare più solida?
Nonostante i problemi, credo molto in questa maggioranza. Ha bisogno di grande equilibrio contro le spinte che tendono a terremotarle. In questo è fondamentale e centrale il ruolo del Pd, che fa da centro di gravità sia sulle posizioni che sulla modalità di gestione, stemperando esuberanze inopportune. Serve coesione, bisogna andare oltre gli slogan, studiando i dossier. La responsabilità richiede serietà e vale più di un post a effetto su Facebook o di un titolo sul giornale.

Cosa dice della gestione della pandemia?
Sulle decisione assunte dal governo bisogna fare quadrato: bisogna essere coesi, perché stiamo parlando della possibilità di ripresa del Paese e serve poter ripartire prima possibile.

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