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Ecomostri: in Brianza una Las Vegas abbandonata

L’assurda storia di Consonno, piccolo borgo rurale della Brianza raso al suolo per costruire al suo posto una vera e propria Las Vegas, con tanto di edifici egizi e minareto. Com’è finita? Molto male. Ecco la storia.

L’arrivo del Conte Bagno

Un microscopico centro rurale del lecchese, facente parte del comune di Olginate, che viveva di agricoltura, allevamento e piccolo artigianato. Questo era Consonno prima degli anni Sessanta. Ma l’onda d’urto del boom economico raggiunse questo ameno angolo di Lombardia. Ed ecco che la posizione panoramica del luogo, la vicinanza alla ricca e fremente Milano, l’epidemica febbre del mattone di un’Italia ansiosa di lasciarsi alle spalle le ristrettezze della ricostruzione,  portarono a Consonno un eccentrico costruttore, il Conte Mario Bagno. Vercellese di origine e milanese di adozione, costruiva opere infrastrutturali e aeroporti. Con il furore tipico del tempo, il Conte Bagno annunciava progresso e benessere. Per 22,5 milioni di lire comprò il borgo dalle due famiglie proprietarie. Poi fece costruire, interamente con propri capitali, la strada che dal paese di Olginate porta al piccolo borgo, oggetto di progetti che si prospettavano vulcanici. Tutto era pronto per la fase due.

Consonno, la Las Vegas brianzola… 

La grande visione del Conte Bagno per la nuova Consonno era nientemeno che una sorta di Las Vegas in formato ridotto (molto ridotto) in piena Brianza. Dove c’erano casali e poderi sarebbero sorti sontuosi templi del gioco, come quelli propinati dalle pellicole di Hollywood. Il “Paese dei Balocchi”, così avrebbe dovuto chiamarsi la futura Las Vegas brianzola. Il Conte era certo che i cummenda lombardi e non solo sarebbero accorsi in massa per spendere i loro contanti.

Il caro prezzo del “progresso”

Si trattava di un’ondata di novità e aspettative che però aveva il suo prezzo: radere al suolo tutto quello che avrebbe ostacolato o anche solo minimamente disturbato il progetto del Conte. Questo significava abbattere tutto il borgo. Quasi nessuna resistenza fu opposta. E c’era più di un motivo. Il primo, il più importante di tutti, consisteva nel fatto che l’oggetto della vendita era un bene privato, venduto regolarmente a un altro privato. C’era poco da fare.

Ma non solo. La comunità si stava già sfilacciando. Era il periodo in cui le fabbriche si “mangiavano” i contadini, attirandoli in città e trasformandoli in operai. Molti stavano lasciando il borgo per trovare migliori opportunità a Olginate o a Lecco. Qualcuno a Milano. Mentre chi rimaneva si era fatto eccitare dalla prospettiva di futuri guadagni, impensabili fino a due o tre anni prima. Inoltre, non esistevano ancora pulsioni ambientaliste a mettere tarli nella mente delle persone. Le ruspe del Conte ebbero gioco facile. La Consonno rurale fu demolita.

Il borgo di Consonno diventa un “paese dei balocchi”

Abbattute le vecchie case, si provvide a sistemare la popolazione nelle baracche adiacenti al grande cantiere. Poi si passò a modellare una collina che ostruiva la visuale. Ma a questo punto il glorioso progetto del Conte inizia il suo percorso in salita. Numerosi eventi franosi avvenuti fra il 66 e il 67, i cui effetti sono peggiorati dai lavori dell’impresa del Conte, invadono il borgo, oltre alle strade e i centri vicini. Tutto rallenta. Ma il Conte non si da per vinto e continua a costruire nuovi edifici, “sfingi egizie e pagode”. L’opera che però oggi caratterizza Consonno, è un improbabile minareto, che con la sua altezza sovrasta tutta l’area, a testimonianza della grottesca pacchianeria e megalomania insite nel progetto.

L’amaro epilogo di una speculazione annunciata

Alla fine i lavori si fermano. Delle opere ipotizzate dal Conte Bagno solo una piccolissima parte viene realizzata. Negli anni Ottanta l’ultimo disperato tentativo di rilancio di quello che ormai è un cadavere urbanistico. Poi anche gli ultimi irriducibili se ne vanno, e il cadavere diventa un fantasma a tutti gli effetti. Fine sogni di gloria. Fine di Consonno.

Mauro Pasquini

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