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L’Africa occidentale è una polveriera

Un aumento di violenze, senza precedenti, che provoca migliaia di vittime. E impoverisce ulteriormente un’intera area, favorendo la diffusione di gruppi terroristici e costringendo molte persone a fuggire. La situazione in Africa occidentale è ormai da allarme rosso, con Niger e Burkina Faso particolarmente colpite. In particolare si sono verificati attacchi contro cristiani con l’incapacità di fornire risposte adeguate da parte delle Istituzioni centrali. Anche perché non ci sono fondi adeguati per garantire la presenza di forze di polizia. Il tutto in un contesto di difficoltà economiche per la popolazione.

Africa occidentale: allarme Unowas

Mohamed Ibn Chambas, capo dell’Ufficio delle Nazioni Unite per l’Africa occidentale e il Sahel (Unowas), ha descritto un quadro a tinte fosche. Il radicamento di Al Qaeda è uno degli elementi che richiede attenzione, anche perché si sta creando una saldatura con gli agricoltori. Per questo è necessario il rilancio degli Sdgs, gli Obiettivi di sviluppo sostenibile fissati dall’Onu: di fronte a una multidimensionalità del problema, occorre una risposta che metta in sinergia vari ambiti. Dal contrasto ai cambiamenti climatici alla lotta alla povertà.

Intervento difficile contro la violenza

“La violenza ideologica può nutrirsi di conflitti che lacerano le comunità per controversie sulla terra o sull’acqua”, ha evidenziato il numero uno dell’Unowas. Il problema dell’intervento è reso complicato dalla difficoltà di comprendere da dove nascono le violenze. In molti casi, infatti, ci sono questioni legate all’agricoltura, in una regione in cui l’economia si basa per il 70% sul comparto agricolo. Alcuni dei conflitti più violenti nella regione, per esempio, riguardano il movimento stagionale del bestiame da parte di pastori.

E i gruppi estremisti sono riusciti a stabilire punti d’appoggio proprio con i leader locali. Gli attacchi ai civili hanno infatti indebolito la fiducia nelle Istituzioni: in molti casi le persone si sentoni più protette dai gruppi terroristici o da bande di criminali che controllano le varie zone. I governi sono in affanno: non riescono a garantire la sicurezza per l’assenza di personale. Così i compiti di difesa locali finiscono spesso nelle mani di privati, ai vigilantes. E questo si rivela un’arma a doppio taglio. Perché si verificano abusi o casi di corruzione, che non aumentano affatto il livello di sicurezza.

Mohamed Ibn Chambas

Armi e cambiamenti climatici

I rifornimenti di armi ad alcune di queste organizzazioni sono un fattore destabilizzante. Ed è un punto su cui è stato invocato un intervento deciso. Ma in questo contesto rientrano anche i cambiamenti climatici: la desertificazione rende prezioso anche l’accaparramento delle zone dove invece è possibile ancora lavorare nei campi o consentire il pascolo.

“Bloccare i corridoi finanziari e di approvvigionamento utilizzati dai gruppi armati e i collegamenti con il commercio illegale richiede una cooperazione internazionale”, ha sottolineato Chambas, illustrando i piani di azione da seguire. Per questo l’Unowas “sanzioni mirate e altre misure raccomandate dai gruppi di esperti”. Una speranza comunque c’è: “Ricette contro l’estremismo violento sono in atto in molti paesi dell’Africa occidentale, con i comuni denominatori di volontà politica e l’impegno di coraggiosi attori locali. A cominciare dal coinvolgimento di donne e giovani”.

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