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caschi della polizia

La sicurezza è un fatto di destra o di sinistra?

In Italia si fa una questione politica su tutto. Anche su questioni che con la politica non hanno nulla a che fare. Per esempio: la sicurezza è un fatto di destra o di sinistra? Una delle domande più inutili e senza senso : perché la sicurezza è uno dei valori fondanti di una democrazia. E chiunque attenti alla sicurezza dei cittadini deve affrontare le conseguenze dei suoi gesti. A prescindere dagli abiti o dalle divise che indossa.

Il dibattito di questi giorni è sull’inserimento di una norma che prevede l’inserimento di un codice alfanumerico sui caschi degli agenti in assetto antisommossa impegnati nelle manifestazioni di piazza considerate potenzialmente pericolose per la sicurezza di tutti. Identificazione semplice. Un fatto che nel nostro Paese ha un precedente. La circolare 3/10 del 2010 del Ministero per la Pubblica Amministrazione:” ….Quest’ultima disposizione prevede che… I dipendenti delle amministrazioni pubbliche che svolgono attività a contatto con il pubblico sono tenuti a rendere conoscibile il proprio nominativo mediante I’uso di cartellini identificativi o di targhe da apporre presso la postazione di lavoro.”

Fu una rivoluzione, nel rapporto tra cittadini e dipendenti dello Stato si abbatteva quella barriera di incomunicabilità che rendeva gli uni solo cittadini e gli altri una sorta di entità superiore sconosciuta. Tanto che la circolare continuava così:” La norma persegue l’obiettivo di attuare la trasparenza nell’organizzazione e nell’attività delle pubbliche amministrazioni…..” Firmato Renato Brunetta all’epoca Ministro competente.

 Se questo è stato possibile – ed ha decisamente migliorato i rapporti tra l’amministrazione pubblica e la gente rendendo finalmente possibile un dialogo normale – perché non potrebbe applicarsi la stessa norma alle forze di polizia che svolgono uno dei lavori più necessari al mantenimento della democrazia? Qualche anno fa con il governo Renzi sembrava si fosse ad un passo dall’approvazione di una norma che rendesse possibile l’applicazione di un codice alfanumerico sui caschi delle forze dell’ordine quando sono in assetto anti sommossa. Il Ministro dell’Interno, Angelino Alfano non la voleva assolutamente e non se ne fece nulla.

La storia italiana è piena di episodi nei quali non si è mai saputo chi ha fatto cosa: l’omicidio di Giorgiana Masi a Ponte Garibaldi a Roma nel maggio del 1977 è forse quello più eclatante. Quel giorno alla manifestazione indetta dal Partito Radicale successe, all’improvviso, di tutto e qualcuno iniziò a sparare. La studentessa del Liceo Pasteur fu colpita da una pallottola. Le ricostruzioni dell’omicidio furono tante dal “fuoco amico”, a quello degli agitatori che volevano provocare la polizia appositamente – e c’erano tanti agenti in borghese quel giorno come ce ne sono tanti oggi nelle manifestazioni di piazza – da quello di un colpo fortuito a quello di un colpo partito da una pistola di Stato.

Fatto sta che la cronaca di oggi ci offre spesso le immagini di persone trascinate a terra e picchiate che poi si rivelano essere del tutto immeritevoli di un simile trattamento, come l’ultimo caso del giornalista de la Repubblica Stefano Origone a Genova.

Proprio la città dove nel 2001 dopo il G8 e la “macelleria messicana” nella scuola Diaz, una misura fu così colma che l’Unione Europea raccomandò l’adozione proprio di un sistema di identificazione degli agenti di polizia. E da quel momento per esempio in Inghilterra e Germania lo hanno adottato e persino in Turchia.

Non è la Polizia o i Carabinieri che si comportano male, ma alcune persone che non hanno chiari i limiti che la divisa impone. Il lavoro che svolgono gli agenti di pubblica sicurezza è determinante, fondamentale, rischioso e malpagato. Per questo deve essere rispettato da tutti e non deve essere esposto al pubblico ludibrio da poche mele marce. Che si approvi questa norma e che ognuno si assuma le proprie responsabilità.

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