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La sconfitta dell’Isis e l’incubo terrorismo

Oggi lo Stato Islamico vagheggiato dall’Isis non esiste più sulle cartine geopolitiche di tutto il mondo. La lunga guerra portata dalla grande colazione occidentale e di quella parte araba che ha avuto paura di perdere i suoi affari nella regione, ha sconfitto quelli del Daesh (il termine arabo che significa spazzatura più usato da quelle parti) cacciandoli da tutte le zone che avevano occupato militarmente.

La storia dimostra che il fanatismo religioso è più difficile da eliminare soprattutto se è sedimentato nell’anima di gente che è cresciuta col mito dell’Islam che libera i paesi arabi dall’Occidente. E da un anno circa c’è un problema molto grande per la comunità internazionale che si affaccia come altrettanto pericoloso di un conflitto armato.

Un problema che ha almeno tre facce

La prima, immediatamente urgente: i reduci dalle battaglie in Siria del Daesh stanno confluendo in Libia, in una delle zone del Fezzan, la parte meridionale del paese, per raggrupparsi ed unirsi probabilmente alle. milizie del ribelle Haftar. In realtà lo Stato Islamico ha sempre avuto una forte presenza nel paese libico, dove guadagnava molto denaro dal traffico dei migranti che serviva a finanziare la guerra e le operazioni terroristiche.

Di quanta gente si tratti è difficile da quantificare ma possono essere una forza importante considerato il fatto che vengono da una sconfitta e quindi sono animati da un sentimento di vendetta molto potente.

Il secondo problema è quello dei cani sciolti del Daesh.  Non tutti vanno in Libia tra gli sconfitti e magari organizzandosi in gruppi autonomi e con nomi diversi – ma traendo beneficio dall’addestramento che hanno ricevuto in questi anni e dai contatti in tutto il mondo – possono creare piccole cellule terroristiche difficili da individuare perché si potrebbero muovere nell’ombra e colpire, in Europa per esempio, come al solito all’improvviso. Perché in Iraq, per esempio, già si hanno notizie di attacchi di questo stampo, soprattutto allo scopo di autofinanziarsi.

In Iraq ci sono ventimila detenuti sospettati di avere avuto legami con Daesh che subiscono processi – quando non esecuzioni capitali – che definire sommari è un eufemismo., In Siria solo dal villaggio di Baghuz nelle ultime settimane di guerra sono scappate 60 mila persone, tra loro 40 mila bambini. Sono numeri che di per sè non possono mettere in crisi il sistema dei campi profughi progettati per accogliere centinaia di migliaia di persone ma che creano difficoltà ai governi europei per esempio al confronto con i foreign fighters e le loro famiglie di ritorno. Nessuno vuole riportare a casa mogli e figli dei miliziani. Il reinserimento di quelli tornati a casa è già molto difficile (qualcuno ricorda i reduci del Vietnam in America?)

E poi, il terzo problema, il più preoccupante nel lungo periodo, i figli della guerra. E delle loro madri, quelle cioè della nuova generazione di jihadisti. Che sentono crescere il loro odio per l’Occidente nelle parole delle mamme che spesso sono le prime reclutatrici e che venerano i padri morti nelle operazioni di guerra come martiri. Il futuro ideologico del Daesh è in queste persone delle quali bisognerebbe che qualcuno si facesse carico.

Chi?

Se i governi occidentali avessero imparato la lezione forse dovrebbero evitare che questa massa di persone continui a vivere stipata insieme – nella rabbia e nella disperazione – nei campi profughi  dalle condizioni umane inaccettabili e che molti, troppi minori di questa generazione sia detenuta in modo arbitrario. Il problema è enorme, come e più dell’affrontare una guerra.

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