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moda sostenibile

La moda circolare, un business da 5 mila miliardi di dollari

La moda circolare è un business che vale 5 mila miliardi di dollari e che può offrire un cambiamento tangibile in termini di ecosostenibilità, cambiamento che tutti auspichiamo. Secondo la Banca Mondiale, il settore della moda è responsabile del 10% delle emissioni globali annuali di carbonio, più di tutti per i voli internazionali e il trasporto. Non abbiamo un pianeta di riserva, per cui occorre l’impegno assiduo e profondo di tutti nella conoscenza e nel rispetto di una serie di accorgimenti che possono sostanzialmente contribuire al benessere del pianeta. Per una moda sempre più green, etica, responsabile, consapevole ed ecosostenibile esistono degli accorgimenti che possono davvero fare la differenza.

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Nella ricorrenza del crollo del Rana Palace a Dacca in Bangladesh (24 Aprile 2013), edificio che ospitava industrie tessili, una riflessione sui danni che l’industria tessile (così come ha lavorato finora) ha provocato possono essere illuminanti per il futuro, in modo di evitare di ripetere gli stessi errori, errori per cui pagano direttamente o indirettamente sempre gli esseri umani. Oltre alla doverosa e non più attuale denuncia sulle condizioni dei lavoratori nell’industria tessile in alcune parti del mondo, ci sono dei dati che riguardano più strettamente il nostro pianeta. Per esempio sappiamo quanta acqua occorre per produrre il denim e conosciamo i volumi di plastica che ogni anno finiscono in mare per le produzioni mondiali? Il rapporto Breaking the Plastic Wave elaborato da The Pew Charitable Trusts e SYSTEMIQ conferma che l’economia circolare può ridurre il volume annuale di plastica nei mari di oltre l’80%, generare risparmi pari a 200 miliardi di dollari all’anno, ridurre le emissioni di gas serra del 25% e creare 700 mila posti di lavoro entro il 2040. Cominciando con il comprare ciò che veramente ci serve, indossandolo più di una sola stagione e regalando o vendendo i vestiti in buone condizioni, contribuiremo al business potenziale del mercato dell’economia circolare che vale il 67% in più dell’attuale valore della fashion industry.

Nature Reviews Earth and Environment stima che ogni anno vengono consumati 1500 miliardi di litri d’acqua, i rifiuti tessili superano i 92 milioni di tonnellate, la lavorazione e la tintura dei tessuti sono responsabili del 20% dell’inquinamento idrico industriale e il 35% delle microplastiche negli oceani è attribuibile ai lavaggi dei capi in fibre sintetiche. Nonostante questo il sistema moda si sta impegnando sempre più nella sperimentazione di tessuti sostenibili: si pensi alla prima linea swimwear di Mc Donald’s, realizzata a partire dal riciclo delle cannucce di plastica. La conceria sostenibile può essere un punto di approdo essenziale per contrastare l’inquinamento e il cambiamento climatico, come il modello adottato da un’innovativa conceria fondata nel 2018 a Solofra, in provincia di Avellino che segue i principi della con una diminuzione del tempo di produzione richiesto per la conciatura che passa da 36 a 24 ore, una riduzione dell’energia impiegata, 360 kW contro i classici 540, e una minore quantità di litri d’acqua necessari, 7mila in contrapposizione ai 10mila normalmente utilizzati.

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 Le sfilate sostenibili

Un’altra tendenza interessante è quella delle sfilate sostenibili. Lo ha dimostrato la recente edizione della Copenaghen Fashion Week: tutto è possibile. Organizzare una settimana della moda 100% green si può fare. La moda danese prevede una riduzione dell’impatto ambientale delle sfilate del 50% entro il 2022 e 17 requisiti di sostenibilità da soddisfare entro il 2023 per essere inclusi nel calendario, tra cui l’impegno a non distruggere i vestiti invenduti, avere almeno il 50% di tessuti certificati, organici o riciclati e utilizzare solo imballaggi sostenibili. La milanese Fashion revolution week è invece occasione per mettere in passerella solo la moda etica.

La compravendita di capi e accessori usati

E’ diventata una tendenza moda molto diffusa e particolarmente radicata nelle generazioni più giovani. È su questa generazione che scommette infatti una ricerca di Boston Consulting GroupVestiaire Collective: entro cinque anni, il mercato crescerà del 15-20% proprio grazie ai giovani, passando dai 30-40 miliardi attuali a 64 miliardi di dollari nel 2024. Sono dati più che rincuoranti se consideriamo (anche) le stime della Ellen MacArthur Foundation: “Ogni anno si perdono circa 500 miliardi di dollari per indumenti che vengono indossati a malapena, non donati, riciclati o che finiscono in discarica”.

Maggiore trasparenza e tracciabilità della filiera

La trasparenza e la tracciabilità della filiera sono essenziali affinché un marchio moda si definisca ecosostenibile. Secondo una ricerca di Fashion Revolution, 7 consumatori su 10 chiedono che i brand pubblichino la lista degli stabilimenti produttivi. Ad oggi, questo requisito è pienamente incontrato dai marchi che puntano tutto sull’artigianalità. Acquistare Made in Italy, preferire capi e accessori che prendono vita in piccoli atelier artigianali con sede in Italia è il primo passo per agire concretamente e fare la differenza.

Materiali biodegradabili e riciclo delle fibre

Cotone organico, lana e plastica riciclate, fibre artificiali rinnovabili e canapa: i tessuti ecosostenibili esistono, sono realtà. Così come è realtà la pelle lavorata a partire da prodotti di scarto. A commentare questa tendenza necessaria e tutta da esplorare nel sistema moda è Elena Cedrola, docente di Marketing e Management all’Università degli Studi di Macerata: “Molte aziende si stanno impegnando in varie iniziative post-vendita come il riutilizzo, il riciclo e la rigenerazione, volte a creare valore anche dai capi d’abbigliamento dismessi. Anche innovazione di processo, studio di nuovi materiali di derivazione naturale e integrazione verticale, possono costituire elementi di spinta verso una rivoluzione green, rispettosa di culture e obiettivi d’impresa”.

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Limitare i resi online

La questione dei resi dovuti alla shopping online, aumentato tantissimo specialmente a seguito del diffondersi del Covid-19, è di grande importanza. Si stima che negli Stati Uniti d’America il costo dei resi ammonta a 369 miliardi di dollari. Ma come limitarli? Come fare in modo che il nostro shopping non viaggi avanti e indietro nel mondo in attesa della taglia perfetta per i cambi o di una restituzione di quanto speso in caso di ripensameto? L’obiettivo deve essere la creazione dell’esperienza del “camerino a casa”: in questo ci stanno riuscendo discretamente alcune app di brand del mondo sneakers che digitalizzano l’esperienza del fitting tramite render 3D.

 

Il fashion renting

Il fenomeno del fashion renting non è di certo una novità. Nato negli Stati Uniti almeno 10 anni fa con il pionieristico Rent the Runway, il primo a offrire il noleggio di abiti firmati e accessori, oggi torna di nuovo di moda grazie all’epidemia di Coronavirus. A cambiare sono gli indirizzi e i brand che offrono abiti a noleggio (sempre di più, in tutto il mondo, dal Regno Unito all’Italia) e le esigenze dei consumatori. Oltre, inevitabilmente, alle occasioni d’uso. Diversi sono i fattori che hanno contribuito alla crescita del fashion renting nell’ultimo anno, contribuendo ad avverare la previsione in tempi non sospetti dell’Allied Market Research: nel 2019, l’associazione sentenziò che il mercato di abiti a noleggio online nel 2023 sarebbe valso la cifra record di 1,96 miliardi di dollari. Un successo a cui la pandemia di Coronavirus ha contribuito in maniera esponenziale: il servizio infatti permette non solo di risparmiare, ma anche di ricevere a casa vestiti perfettamente controllati e disinfettati, spesso rimanenze dei sempre più copiosi invenduti.

 

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