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La minaccia nucleare e i rischi di The Donald

Le 24 ore terrificanti del presidente Trump. Mentre a Washington, davanti alla Commissione di Sorveglianza della Camera, il suo ex avvocato Michael Cohen ha messo  in luce tutti i punti dell’attività secondo lui penalmente rilevante del presidente degli Stati Uniti, ad Hanoi il dittatore coreano Kim Jong-un lo metteva al tappeto con le sue richieste impossibili.

Niente accordo. L’incontro di Hanoi è andato a vuoto.Trump dice no alla richiesta di Kim Jong-un di rimuovere del tutto le sanzioni contro la Corea del Nord. Il Presidente americano ha ritenuto insufficienti le rassicurazioni sulla denuclearizzazione fornite dal suo interlocutore. “Qualche volta bisogna andarsene” ha detto Trump dopo il dopo il summit.

Tatticismo per strappare un accordo migliore oppure l’inevitabile risultato di un eccesso di sicurezza ostentato durante la preparazione dell’incontro e ribadito alla sua vigilia?

Probabilmente entrambe le cose. Trump si fidato troppo di se stesso dopo il primo vertice, avvenuto a Singapore nel giugno dello scorso anno. Consapevole di essere il protagonista di un evento storico, ha badato più celebrare la sua immagine piuttosto che a quantificare quello Kim realmente gli offriva. La Corea del Nord si impegnò a portare avanti una “completa denuclearizzazione della penisola coreana”. A parte il clamore e quella dichiarazione molto di circostanza, Trump non portò a casa nulla di concreto in materia di disarmo. Inoltre, nei mesi successivi, la trovata del dittatore nordcoreano di scrivere missive per il Presidente americano consentì a quest’ultimo di uscirsene tronfio con la frase a effetto “we fell in love”. Trump si era congedato da quel primo incontro con la convinzione di aver stabilito un rapporto personale con Kim Jong-un, tale da consentirgli di domarne in futuro eventuali intemperanze.

Dal canto suo, Kim ha erroneamente intravisto nel comportamento di Trump la debolezza di chi è disperatamente alla ricerca di un accordo. Dopo Singapore, il comportamento del tycon è stato certamente superficiale, figlio di una incultura politica ormai nota. Questo deve aver indotto il dittatore nordcoreano a ritenersi nella posizione di poter alzare la posta.

Un indizio di questo stato d’animo di Kim sta nell’inedita scioltezza con cui ad Hanoi si è presentato all’incontro. Seduto davanti a Trump, a cui non ha risparmiato sorrisi, Kim ha fatto una cosa che di solito non fa mai: ha risposto ad alcune domande “rubate” dai giornalisti prima dell’inizio del meeting, rassicurando i presenti che la sua intenzione di abbandonare il suo arsenale nucleare è autentica.

Ma se nel 2018, dopo i reciproci tweet a base di minacce e offese seguirono le missive d’amore, oggi, dopo i roboanti annunci di svolte imminenti, è seguito il fallimento. Tutto da capo?

Mauro Pasquini

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