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La mappa di cosa c’è sott’acqua per salvare gli oceani

Oceani: fossero una specie animale o una pianta oggi la inseriremmo senz’altro in quel milione a rischio estinzione. Ma anche senza questa forzatura sappiamo bene che lo stato di salute degli oceani è tutt’altro che buono, addirittura qualcuno parla di un “crollo imminente” degli stessi.

La mappatura dei fondali marini è una sfida molto importante, in atto dal 2017, e in questo periodo è arrivata a un quinto del suo percorso. Perché l’obiettivo è quello di completarla entro il 2030. La mappa degli oceani potrebbe aiutare i paesi a prepararsi agli tsunami, a proteggere gli habitat marini e a monitorare l’estrazione mineraria in acque profonde. Ma come detto è una sfida è senza precedenti.

Questa mappa è più impegnativa di un normale mappamondo o delle mappe terrestri di ogni genere. Invece di mostrare un oceano blu piatto e senza caratteristiche, in questo progetto il fondale marino si riempie di dettagli: montagne, canyon, canali e pianure che assomigliano alla struttura della terra.

 

La nascita del progetto

La mappatura richiede la capacità di vedere sia la foresta che gli alberi, il corallo e il mare. È una sfida particolare: quando si tratta dell’oceano, la maggior parte del quale non solo non è mappato, ma proprio sconosciuto.

Il progetto ha preso ufficialmente il via nel 2017 alla Conferenza delle Nazioni Unite sull’Oceano a New York. Quando è partita, circa il 6% dell’oceano è stato ricostruito in modo accurato e dettagliato. Il 21 giugno, l’iniziativa globale – nota formalmente come Nippon Foundation-Gebco Seabed 2030 Project – ha pubblicato la sua ultima edizione: ora ha mappato un quinto del fondale marino.

La posta in gioco è la sostenibilità dell’oceano e lo sviluppo di una nuova cultura per l’utilizzo corretto degli oceani: pesca, estrazione di minerali, posatura di cavi, navigazione, rispetto degli animali. Una serie di rapporti ha messo in guardia dall’imminente crollo dell’oceano. Il primo World Ocean Assessment, pubblicato dal Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente nel 2015, ha rivelato che la capacità stessa dell’oceano di funzionare era in pericolo. L’anno successivo, un rapporto dell’OCSE ha stimato che l’economia dell’oceano impiegava 31 milioni di persone a tempo pieno e generava 1,5 trilioni di dollari ogni anno. Le mappe – o la loro mancanza – hanno un ruolo in quasi tutti i problemi critici degli oceani, dall’innalzamento del livello del mare all’acidificazione degli oceani alla biodiversità.

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Le difficoltà tecniche

Nel corso del XX secolo ci sono stati momenti di entusiasmo per le prime mappature del mare, all’interno delle quali sono rientrati la ricerca dell’aereo perduto di Amelia Earhart, un Lockheed Electra, e la caccia al relitto del Titanic. Nel 2014, la scomparsa dell’MH370 della Malaysia Airlines ha sorpreso la comunità scientifica: com’è stato possibile che con tutta la nostra moderna tecnologia, qualcosa di così grande come un intero aereo potesse semplicemente scomparire?

Si dice spesso che l’umanità sappia più cose sulla superficie della luna di quante ne sappia sul fondo del mare. Sembra stupefacente che pianeti lontani possano essere più accessibili dei nostri. Spesso in questo ragionamento ci si dimentica il motivo per cui è così difficile mappare il fondo del mare, un ostacolo enorme nell’oceano: la luce. Che viaggia lontano e veloce nello spazio, ma gli altimetri laser che usiamo per mappare i corpi celesti sono inefficaci in acqua perché i laser vengono semplicemente assorbiti.

Il suono, invece, viaggia in modo più efficiente sott’acqua rispetto all’aria. Il gold standard per la mappatura dei fondali marini oggi è un ecoscandaglio a più raggi, che può essere fissato direttamente sullo scafo di una nave. Il dispositivo invia un ventaglio di onde sonore, che i computer decifrano in un ritratto tridimensionale della forma e della composizione del fondo marino. Tecniche aggiuntive raccolgono anche la temperatura dell’acqua e la salinità lungo il percorso.

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La collaborazione internazionale

Pochi paesi hanno bisogno di mappe accurate dei fondali marini più del Giappone. Il motivo è semplice. Si tratta di una nazione insulare il cui futuro si intreccia in modo unico con quello dell’oceano. Risolutivo è il ruolo della Nippon Foundation, un’organizzazione no-profit che si basa sui proventi del gioco d’azzardo delle corse di motoscafi. E sostiene il Fondo marino 2030 con 2 milioni di dollari ogni anno.

Ma la mappatura è una collaborazione veramente globale, pubblica e libera da usare, divisa in quattro centri regionali. L’Alfred Wegener Institute in Germania si prende cura dell’Oceano Pacifico meridionale; l’Università di Stoccolma e l’Università del New Hampshire coprono il Pacifico settentrionale e l’Artico; il National Institute of Water and Atmospheric Research della Nuova Zelanda è responsabile dell’Oceano Pacifico meridionale e occidentale. Rimane la fascia più grande, l’intero Oceano Atlantico e l’Oceano Indiano, all’Osservatorio della Terra Lamont-Doherty della Columbia University.

La mappa finita viene creata da un quinto centro, con sede nel Regno Unito: il British Oceanographic Data Centre di Southampton. Esso raccoglie i dati analizzati dai quattro centri e li compila nella Carta Batimetrica Generale degli Oceani (Gebco). I dati sono di pubblico dominio, liberi di essere utilizzati, adattati e sfruttati commercialmente.

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