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La lunga guerra di nervi (e non solo) tra Arabia Saudita e Iran

I movimenti, con il posizionamento delle navi militari nella regione, e le dichiarazioni avvelenate fanno soffiare con ancora maggior forza i venti di guerra intorno all’Iran. Con il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che non è intenzionato ad arretrare sulle sanzioni e la Repubblica Islamica che parla di “minaccia la pace e la sicurezza internazionali”, attraverso il suo ministro degli Esteri, Mohammad Javad Zarif. Ma le manovre diplomatiche e militari intorno all’Iran sono solo un salto di qualità del lungo scontro in atto nell’area, con gli ayatollah sciiti che rivaleggiano con i sunniti dell’Arabia saudita. Uno scontro nemmeno tanto indiretto che vede lo Yemen come campo di battaglia.

Le ragioni delle tensioni tra Arabia Saudita e Iran 

La questione religiosa, che divide sunniti e sciiti, è sicuramente rilevante. Ma le ragioni delle tensioni sull’asse Teheran-Riyad sono di natura geopolitica e di influenza sull’intera regione. La monarchia saudita si considera, nonostante un regime teocratico rigoroso, un interlocutore dell’Occidente e garante della stabilità nell’area del Golfo. Gli scambi economici e commerciali hanno garantito una solidità con l’intero mondo occidentale, permettendo alla dinastia di consolidare sempre più il loro potere. Il tutto sotto il cappello della confessione religiosa con l’Arabia Saudita custode del wahabismo, che segue il dettato di Mohammad Ibn Abd al Wahab, ideologo di un ramo conservatore dell’Islam sunnita.

La Repubblica Islamica iraniana, invece, è nata dalla rivoluzione avvenuta tra il 1978 e il 1979, rovesciando lo Scià Mohammad Reza Pahlavi, in nome di un rinnovato slancio del mondo islamico. La Guida Suprema Khomeini ha sempre fatto leva su una posizione dai caratteri marcatamente rivoluzionari e anti-imperialisti, con lo scopo di contrastare e limitare l’influenza degli Stati Uniti nella zona, con un carattere apertamente anti-sionista. Fin dalla nascita della Repubblica islamica, quindi, la tensione è stata altissima con lo Stato di Israele e gli Usa, peraltro sostenitori del precedente regime dello Scià. E sotto la presidenza di Mahmud Ahmadinejad (2005-2013) ha toccato uno dei punti più alti dai tempi dell’insediamento al potere della Repubblica Islamica. La volontà di controllare la regione di Iran e Arabia scaturisce da una precisa visione politica, che risulta contrapposta.

La guerra in Yemen

La stagione della primavera araba ha segnato un cambio degli equilibri nel Medioriente. La guerra in Siria ha infatti rischiato di far perdere un fedele alleato dell’Iran: il regime di Bashar Assad, sciita alawita (un’altra branca degli sciiti), vero e proprio perno della regione per gli ayatollah. Anche per questo motivo durante il conflitto sono intervenuti le milizie irianiane, e soprattutto i guerriglieri libanesi (sciiti) di Hezbollah, a supporto dell’esercito siriano. Il controllo di Damasco è stato solo una parte della guerra a distanza.

Lo Yemen è lo scenario in cui sta andando in scena da anni un conflitto per interposte fazioni (ne abbiamo già parlato qui). In realtà i sauditi stanno sganciando direttamente bombe, guidando una coalizione araba contro i ribelli sciiti degli Houthi, che da sempre hanno avversato il regime del sunnita Saleh, rovesciato proprio nel corso delle proteste della primavera araba. Anche in questo gli interessi geopolitici sono prevalenti: lo Yemen è un Paese povero, che non scatena appetiti riguardo all’approvvigionamento di materie prime. Ma il suo posizionamento strategico, confinante al sud con l’Arabia Saudita, lo rende importante nello scacchiere del controllo della zona. Per questo l’avanzata degli Houthi, fino a Sana’a, è stata benedetta e sostenuta dagli iraniani, scatenando la reazione di Riyad.

Le sanzioni statunitensi

La presidenza di Barack Obama aveva fatto segnare una svolta storica nei rapporti tra Washington e Teheran, aprendo una fase storica nuova. Il percorso verso la possibile rinuncia al nucleare degli iraniani aveva sancito una legittimazione della Repubblica Islamica. L’ascesa alla Casa Bianca di Trump ha capovolto lo scenario: la sua amministrazione predilige alleanze geopolitiche tradizionale, facendo prevalere la partnership con i sauditi e il solido legame con Israele.

Tel Aviv, infatti, ha sempre assistito con fastidio e preoccupazione al riconoscimento del ruolo dell’Iran. Il ripristino delle sanzioni ha subito inasprito i rapporti, mettendo in difficoltà la già fragile economia iraniana. In un Paese rimasto nuovamente isolato e che adesso si ritrova minacciato da movimento sospetti, a cominciare da quello della portaerei Lincoln.

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