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La guerra in Siria non finisce mai

Più di otto anni di guerra. Tra tentativi mai troppo convinti di ristabilire la pace e nuovi scontri, la situazione in Siria non è migliorata: la catastrofe umanitaria continua. Tanto che Papa Francesco ha scritto al presidente, Bashar al-Assad, per esprimere la preoccupazione per i civili a Idlib, teatro di nuovi scontri tra l’esercito governativo e i ribelli che controllano l’area. I numeri non necessitano di commenti: le vittime della guerra erano 250mila fino al 2015, quando l’Onu è riuscito a raccogliere le informazioni dalle fonti affidabili. Lo scenario è poi diventato talmente caotico, che è diventato difficile avere dati certi. L’inviato delle Nazioni Unite, Staffan de Mistura, nel 2016 ha comunque rivisto al rialzo le stime, portando il bilancio ad almeno 400mila morti. Oggi si dice che siano anche oltre 500mila le vittime e probabilmente non si conoscerà mai il numero preciso delle persone morte durante il conflitto.

 

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Le cifre certe della guerra in Siria

Se sulle vittime non ci sono dati esatti, l’Onu ha messo sotto forma di cifre un quadro di inenarrabile gravità: ci sono 5,6 milioni di rifugiati (di cui 3,6 milioni in Turchia, e quasi un milione in Libano) e oltre 6 milioni di sfollati che vivono nei campi. I servizi sanitari sono al di sotto di qualsiasi standard accettabile: più delle metà delle strutture ospedaliere è stata danneggiata e non può funzionare. I siriani che necessitano di sostegno per vivere sono più di 13 milioni, quasi la metà sono bambini, e circa 3 milioni di persone si trovano in zone difficilmente accessibili.

Siria: le origini e i momenti più tragici della guerra

La guerra civile siriana è scoppiata insieme alle proteste della Primavera araba. Da Aleppo (diventata purtroppo la città-simbolo della distruzione causata dalla guerra) è partita la rivolta degli oppositori del regime di Assad: nel marzo del 2015 sono iniziate le prime manifestazioni represse dal governo. La tensione è quindi degenerata in una vera guerra civile, inizialmente con l’Esercito libero siriano, indicato come opposizione laica. L’organizzazione, però, ha subito una serie di sconfitte militari che l’ha indebolita, tanto che progressivamente hanno preso il sopravvento i gruppi armati jihadisti, favoriti anche dal fatto di ricevere armi dai Paesi occidentali. Stati Uniti e Regno Unito avevano infatti individuato nell’Esercito libero siriano la fazione su cui puntare per abbattere Assad. Ma stavano rafforzando gli islamisti.

L’ascesa dell’Isis

Abu Bakr al-Baghdadi

Nel gennaio 2014 si è materializzato, in versione ufficiale, l’Isis guidato da Abu Bakr al-Baghdadi. I miliziani islamisti hanno conquistato Raqqa (dichiarata capitale dello Stato islamico dopo qualche mese) quasi in concomitanza del fallimento dei colloqui di pace a Ginevra (uno dei numerosi tentativi di mediazione). L’avanzata dell’Isis in questa fase ha monopolizzato l’attenzione: nel maggio 2015 c’è stata la conquista di Palmira e la distruzione del sito archeologico. A quel punto, nel 2015, sembrava che Assad fosse destinato alla capitolazione: la Siria era smembrata, anche se il presidente non ha mai perso il controllo di Damasco. L’impegno della Russia al suo fianco, insieme all’Iran e alle milizie libanesi di Hezbollah, ha capovolto la situazione, consentendo la riconquista di varie città siriane all’esercito governativo.

Gli uomini del Califfo hanno proseguito l’avanzata nel Paese, conquistando vaste zone della Siria, costringendo alla ritirata gli avversari. La marcia è stata però arrestata grazie all’impegno delle milizie Ypg dei curdi su un fronte e dell’esercito di Assad su un altro. In particolare i curdi hanno inferto duri colpi all’Isis. A favorire il contrasto del Califfato c’è stata anche la rivalità con al-Nusra, il fronte legato ad Al Qaeda, nemico dei guerriglieri di al-Baghdadi. La definitiva sconfitta militare dell’Isis è arrivata solo nell’ottobre del 2017 con la riconquista di Raqqa da parte di milizie curde appoggiate dagli Stati Uniti. Ma negli anni la guerra ha visto contrapposte decine di sigle con scontri senza quartiere. Una delle tragedie peggiori resta sicuramente l’assedio di Aleppo nel 2016, durato cinque mesi, con i civili messi a durissima prova. La città alla fine è stata ripresa dall’esercito di Assad dopo un bagno di sangue.

Interessi e fazioni in campo

Un attacco dei miliziani di Hayat Tahrir al-Sham

In Siria ci sono ormai due diversi scacchieri, uno interno e l’altro esterno, geopolitico. Sul fronte interno c’è ovviamente l’esercito di Damasco, che fronteggia principalmente Hayat Tahrir al-Sham (Hts), un’alleanza jihadista che ha unito la galassia islamista dopo la cacciata dell’Isis. Tuttavia, al suo interno alcuni gruppi si sono scissi e affrontati tra loro, favorendo gli assalti delle truppe governative. Dell’esercito siriano libero, invece, non resta più nulla: si è dissolto in tante fazioni ed è una forzatura pensarlo come una struttura unica. Infine, ci sono i curdi, seppure abbandonati dall’Occidente, che conservano porzioni di territori e hanno milizie addestrate al combattimento.

 

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Bashar Assad in visita in Russia

Per quanto riguarda lo schema di alleanze geopolitiche, la Siria ha rappresentato un esperimento: la Russia, schierata con Assad, è al fianco dell’Iran (quindi di Hezbollah) e della Turchia. Sono quindi lontane le tensioni per l’abbattimento di un aereo russo da parte dell’aviazione dei Ankara, che portò alla minaccia di uno scontro tra Russia e Turchia. I curdi sono ormai di fatto privi di qualsiasi sostegno europeo e statunitense, mentre Arabia Saudita si sono “sfidati” in la Siria soprattutto nei primi anni di guerra civile, sostenendo diversi gruppi con lo scopo di mostrare la loro superiorità.

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