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La cattura delle emissioni: così la CO2 diventa bioplastica

Catturare l’anidride carbonica, rimuovendola dall’atmosfera per contrastare il surriscaldamento globale. E magari usarla per creare un prodotto sostenibile. La nuova frontiera del contrasto al cambiamento climatico, come racconta un articolo su impakter.com, è il miglioramento delle tecnologie esistenti per “sequestrare” le emissioni inquinanti. Si tratta di una necessità, perché pur attuando tutte le misure (cosa che, peraltro, non sta accadendo) per arginare il global warming, le temperature salirebbero comunque di 1,5 o 2 gradi nei prossimi decenni. Con effetti comunque pesanti: serve perciò un passo in avanti per evitare il collasso totale.

La nuova vita dell’anidride carbonica

Questa tecnologia non può essere immaginata come una sostituzione della riconversione economica in senso sostenibile. Deve essere un cammino complementare al cambio di modello di sviluppo. La cattura della CO2 non è nemmeno una novità degli ultimi tempi: è iniziata negli anni’ 70, ma ha avuto sempre un uso limitato. In tutto il mondo ci sono in funzione 17 impianti, per lo più negli Stati Uniti, che catturano circa 40 milioni di tonnellate di anidride carbonica, pari all’1% delle emissioni annuali globali. Davvero una quantità irrisoria.

Ma una volta sequestrata, dove va a finire la CO2? Il meccanismo prevede lo stoccaggio e il trasporto adeguato con camion e l’iniezione in profondità nel sottosuolo con successivo monitoraggio. C’è anche chi rilascia l’anidride carbonica nei giacimenti petroliferi in esaurimento per produrre un numero di barili aggiuntivi rispetto alla disponibilità effettiva. Anche questo processo, come “Enhanced Oil Recovery” (Eor), non è una novità: da 40 anni sul mercato arriva del petrolio realizzato con questa lavorazione. E le stime indicano grandi possibilità, anche da un punto di vista economico. Gli autori del Making Carbon a Commodity sostengono che questa attività di “recupero” del petrolio potrebbe generare, nei prossimi venti anni, un giro di affari pari a 190 miliardi negli Stati Uniti, creando 780mila posti di lavoro. E soprattutto con un impatto limitato da un punto di vista ambientale.

Non solo petrolio: la CO2 diventa prodotto

Tuttavia, non esiste solo il recupero del petrolio. C’è chi è impegnato per una balzo in avanti sull’innovazione: i ricercatori stanno infatti cercando di convertire la CO2 in prodotti. Una startup californiana vuole usare la CO2 catturata per la produzione di bioplastiche: l’iniziativa è portata avanti in collaborazione con il colosso svedese dei mobili, IKEA, a testimonianza della crescente attenzione riposta sul tema anche dalle grandi aziende. Ma non solo. C’è una startup canadese che ha ottenuto il calcestruzzo modificando le nanoparticelle dell’anidride carbonica. In India, alcuni ricercatori di Bangalore vogliono trasformare la CO2 in metanolo e impiegarlo per la produzione di resine, prodotti farmaceutici, profumi. Sono studi alla fase iniziale, ma la direzione intrapresa è chiara.

Mancano gli investimenti sulla cattura delle emissioni

La questione interessa molto i Paesi in via di sviluppo, che hanno una grande opportunità: investire sulla cattura dell’anidride carbonica per evitare di aggravare l’emergenza ambientale. La Cina, Paese responsabile del 30% delle emissioni, sta puntando con forza su questo settore. Al momento ci sono nove progetti pilota e l’obiettivo è quello di implementarli.

Il problema dello sviluppo di questa tecnologia resta l’assenza di incentivi. Per avviare un’attività nel settore è necessario ottenere i finanziamenti da parte delle banche, che però non hanno strumenti per valutare la reale possibilità di successo. E così si innesca un cortocircuito: fino a quando il sistema non diventa più accessibile, la sua redditività è sempre un’incognita. Al contrario con un sostegno concreto, la cattura delle emissioni sarebbe un affare. Ambientale ed economico.

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