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carità and Europa

La carità pelosa dell’ Europa

Gabon, Boouè una città nel centro del Paese africano. Awar è un ragazzo di 18 anni che ogni giorno prende il camion dalla sua città ed insieme ad altri va nelle foreste per tagliare alberi e guadagnarsi il pane. Un bel giorno di fine giugno quest’anno, il camion non è passato ed il lavoro, quel lavoro di taglialegna non c’è più. Perchè allora abbiamo titolato “carità pelosa dell’Europa”? E’ un modo di dire, carità pelosa, per intendere un atteggiamento di chi fa qualcosa che sembra particolarmente buona per nascondere propri interessi molto importanti ed a volte non proprio positivi. Ed alcune nazioni d’Europa sembra stiano facendo proprio questo.

Perchè il Gabon – come altri paesi africani e non solo in un accordo con l’Europa –  ha accettato di prendere soldi per ridurre la deforestazione e proteggere la foresta pluviale: nel Paese africano il settore forestale è la seconda fonte di reddito della nazione. Però ha preso tanti soldi: 150 milioni di dollari come primo acconto.  È una buona notizia? Da una parte. I paesi in via di sviluppo hanno disperatamente bisogno di incentivi economici per rivedere il loro rapporto con le foreste tropicali. E quindi con le emissioni di gas serra. Le foreste pluviali sono una delle ultime difese nella battaglia contro il cambiamento climatico, agendo come serbatoi vitali di carbonio e guardiani della biodiversità.

Qual è l’altro lato della medaglia? I soldi che il Gabon sta prendendo arrivano dalla Norvegia. Il Gabon è il primo paese africano ad essere pagato per ridurre le emissioni di carbonio La speranza è che questo pagamento, il primo del suo genere in Africa, disincentivi il disboscamento, ma ci vorrà più di un incentivo finanziario per salvare le foreste morenti del mondo. Gli incentivi economici devono essere combinati con la volontà politica e sociale di assicurare che queste politiche siano seguite. È importante che i paesi che investono in questi progetti non possano usare questi pagamenti per coprire le loro pratiche ambientali dannose.

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@piqsels.com

Come stanno le cose

La Norvegia è il più grande produttore di gas e petrolio dell’Europa occidentale e attualmente sta ricevendo grandi critiche per l’aumento delle trivellazioni nell’Artico, che sta sperimentando un calore record e una rapida perdita di ozono. E’ azzardato presumere che parte della ragione per cui il Gabon viene pagato dalla Norvegia per proteggere il suo bacino di carbonio è che la Norvegia possa continuare indisturbata a fare i propri affari nell’Artico?

Le foreste del Gabon coprono l’88% del paese e sono la casa di una fauna unica, compreso il 60% degli elefanti di foresta rimasti al mondo. Gli alberi assorbono un totale di 127 milioni di tonnellate di CO2 ogni anno, l’equivalente della rimozione di 30 milioni di auto dalle strade del mondo. Per preservare le sue foreste pluviali quasi incontaminate, il paese ha creato 13 parchi nazionali dai primi anni 2000. Dal 1990, i tassi di deforestazione sono stati storicamente bassi nei suoi territori – meno dello 0,08 per cento.

Ma non c’è solo il Gabon in questo accordo con l’Europa ed altre Nazioni. Gli economisti sono generalmente d’accordo che il modo per ridurre le emissioni di gas serra è quello di tassarle. Ma tali tasse quasi certamente causeranno cambiamenti economici dirompenti nel breve periodo, ed è per questo che le discussioni sull’imposizione di tali tasse tendono ad incorrere rapidamente in problemi di free-rider o di equità.

Per esempio, i paesi industrializzati come gli Stati Uniti sono preoccupati che mentre lavorano duramente per ridurre le emissioni, i paesi in via di sviluppo continueranno a pomparle con abbandono. Ma allo stesso tempo, i paesi in via di sviluppo come l’Uganda fanno notare che c’è una profonda iniquità nel chiedere a un paese che ha emesso solo 0,13 tonnellate di anidride carbonica pro capite nel 2017 di sopportare lo stesso peso degli Stati Uniti o dell’Arabia Saudita, con le loro rispettive emissioni pro capite di 16 e 17,5 tonnellate.

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Raghuram G. Rajan, ex governatore della Reserve Bank of India, professore di finanza all’Università di Chicago Booth School of Business ed ha un’idea molto chiara sull’argomento. La sua valutazione parte dal fatto che il modo meno costoso per ridurre le emissioni globali sarebbe quello di dare a ogni paese incentivi simili a quelli del Gabon ed altre nazioni. Mentre l’India non dovrebbe continuare a costruire altre centrali a carbone sporco mentre cresce, l’Europa dovrebbe chiudere le centrali che ha già. Ma ogni paese vorrà ridurre le emissioni a modo suo – alcuni attraverso la tassazione, altri attraverso la regolamentazione. La questione, quindi, è come bilanciare le priorità a livello nazionale con le necessità globali in modo da poter salvare l’unico mondo che abbiamo.

La soluzione economica è semplice – dice Raja – un incentivo globale al carbonio (GCI, Global Carbon Incentive). Ogni paese che emette più della media globale di circa cinque tonnellate pro capite pagherebbe annualmente in un fondo di incentivazione globale, con l’importo calcolato moltiplicando l’eccesso di emissioni pro capite per la popolazione e il GCI. Se il GCI partisse da 10 dollari per tonnellata, gli Stati Uniti pagherebbero circa 36 miliardi di dollari e l’Arabia Saudita 4,6 miliardi di dollari.

Nel frattempo, i paesi al di sotto della media globale pro capite riceverebbero un pagamento commisurato (l’Uganda, per esempio, riceverebbe circa 2,1 miliardi di dollari). In questo modo, ogni paese affronterebbe una perdita effettiva di 10 dollari pro capite per ogni tonnellata aggiuntiva che emette pro capite, indipendentemente dal fatto che sia partito da un livello alto, basso o medio. Non ci sarebbe più un problema di free-rider, perché l’Uganda avrebbe gli stessi incentivi degli Stati Uniti a risparmiare sulle emissioni.

Il GCI affronterebbe anche il problema dell’equità. I paesi a basse emissioni, che sono spesso i più poveri e quelli più vulnerabili ai cambiamenti climatici che non hanno causato, riceverebbero un pagamento con cui potrebbero aiutare la loro gente ad adattarsi. Se il GCI viene aumentato nel tempo, le somme collettive pagate si avvicinerebbero ai 100 miliardi di dollari all’anno che i paesi ricchi hanno promesso ai paesi poveri al COP15 nel 2009. Questo supererebbe di gran lunga le magre somme che sono state messe a disposizione finora. Meglio ancora, il GCI assegnerebbe la responsabilità dei pagamenti in modo fattibile, perché i grandi emettitori sono tipicamente nella posizione migliore per pagare.

Inoltre, il GCI non soffocherebbe la sperimentazione nazionale. Riconosce che ciò che un paese fa a livello interno è affar suo. Invece di imporre una carbon tax politicamente impopolare, un paese potrebbe imporre regolamenti proibitivi sul carbone, un altro potrebbe tassare gli input energetici, e un terzo potrebbe incentivare le energie rinnovabili. Ognuno traccia il proprio percorso, mentre il GCI integra qualsiasi incentivo morale stia già guidando l’azione a livello nazionale”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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