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La Brexit fa perdere pezzi a May e Corbyn

In Inghilterra la Brexit fa perdere pezzi sia all’opposizione che alla maggioranza. Negli ultimi giorni ci sono state ben otto defezioni nei Labour di Jeremy Corbyn e tre fra i Tories di Theresa May.

A Jeremy Corbyn viene contestata una gestione “autocratica” del partito e una visione politica estremista. Ma non solo. L’accusa più grave riguarda lo strisciante antisemitismo, sempre meno latente, del vecchio eroe della sinistra massimalista inglese, subito eletto a nuovo leader in prestito anche dalla disperata e presunta “vera sinistra” italiana, costantemente in cerca di identità.

E poi c’è la questione delle questioni: la Brexit. Corbyn è accusato di avere una posizione ambigua sull’uscita del Regno Unito dall’Europa. Un’ambiguità che, al di là dei proclami sui media e sui social, non riesce a nascondere la viscerale contrarietà ( propria di tutta la sinistra massimalista europea) al disegno di integrazione politica del nostro continente. Una contrarietà che emerge chiara nelle assonanze col populismo di destra. Vedi la difficoltà e i distinguo nel condannare le violenze dei gilet gialli in Francia.

Degli otto deputati labour interessati, sette (Chuka Umunna, Luciana Berger, Ann Coffey, Angela Smith, Chris Leslie, Mike Gapes e Gavin Shuker) hanno formato un nuovo gruppo parlamentare, l’Indipendent Group. Mentre Ian Austin, ultimo in ordine di tempo, non ha aderito all’Indipendet Group in quanto, benché condivida le accuse di estremismo e antisemitismo contro Corbyn, non è però contrario alla Brexit.

L’Indipendet Group nasce invece come nuova e unica realtà politica nettamente anti-Brexit.

Ed è proprio in questo nuovo gruppo che aderiscono i tre transfughi dal Conservative Party del premier Theresa May. Questi sono  Anna Soubry, Sarah Wollaston e Heidi Allen. I tre rappresentano la punta dell’iceberg di una larga parte dei Tories che contestano a Theresa May di aver concesso troppo ai sostenitori della Brexit, chinando la testa davanti al populismo nazionalista dell’Ukip di Gerard Batten, guidato in passato dal pittoresco antieuropeista Neil Farage.

Il pantano Brexit intanto si allunga. Il voto sull’accordo slitta al 12 marzo. Si tratta dell’ennesimo tentativo di Theresa May di salvare se stessa, a soli “17 giorni dal termine ultimo per un’uscita con e senza accordo”. Dunque, interessi di bottega e conservatorismo schiacciano sia May che Corbyn sulle le relative ali estreme. Entrambi i leader impersonificano i due pilastri principali sui quali si regge il populismo antieuropeista: anemia liberale la May, revanscismo massimalista Corbyn.

Come a Weimar, l’onda nera gongola.

Mauro Pasquini

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