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Kashmir, nuovi venti di guerra tra India e Pakistan

Venti di guerra, minaccia terroristica e tensioni geopolitiche. Il Jammu e Kashmir (abbreviato in Kashmir) torna al centro del dibattito internazionale dopo una decisione molto pesante del primo ministro dell’India, Narendra Modi, forte di una rielezione con una maggioranza solidissima. Il pemier indiano ha annunciato la revoca dello statuto di regione speciale, che garantiva una parziale autonomia dall’India, consentendo di contenere le tensioni con il Pakistan, con cui c’è una contesa mai chiusa. Il Jammu e Kashmir è infatti l’unica regione a maggioranza musulmana in India, che ora governata da un leader che spinge per uno Stato sempre più induista. Con la mossa di Modi, il Kashmir si trasforma ufficialmente in “territorio dell’Unione”. La traduzione è semplice: perderà la sua preziosa autonomia, con la nascita di due Stati, il Jammu e Kashmir e il Ladakh, preoccupando il Pakistan su possibili violenze nei confronti della popolazione musulmana.

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Il controllo del Kashmir: un po’ di storia

La situazione nel Kashmir non è mai stata risolta: da oltre 70 anni c’è forte tensione, intervallata da conflitti armati. Attualmente l’India controlla circa il 55% della superficie della regione, in cui vive il 70% della sua popolazione, al Pakistan resta circa il 30% dei territori (le province dell’Azad Kashmir e del Gilgit-Baltistan), mentre la Cina controlla solo il 15% (i distretti di Aksai Chin e Shaksgam). Il problema nasce nel 1947, quando c’è stata la suddivisione dell’India britannica. Ma la linea di “demarcazione” non ha tenuto presente le divisioni religiose, scatenando quella che è ricordata come la Prima guerra del Kashmir, terminata solo con una tregua siglata nel 1949. L’accordo ha suddiviso il territorio così come è oggi, ma senza arrivare a una pace stabile, tranne che per la Cina: dagli anni Sessanta in poi, dopo lo scontro con l’India, non è stata più interessata dalle fibrillazioni militari.

Periodicamente, senza mai una reale interruzione, si sono registrate violenze tra esercito di Nuova Dehli e ribelli, e attentati terroristici compiuti dalle organizzazioni islamiste contro i militari indiani. Nel 1965 è poi scoppiato un nuovo conflitto, il secondo, durato varie settimane. Le rivolte alimentate della forze speciali del Pakistan sono state respinte con una controffensiva dell’esercito. Il bilancio fu di migliaia di vittime con l’impiego di mezzi pesanti, come i carri armati. Le ostilità sono cessate il 5 settembre, arrivando alla dichiarazione di Tashkent del 10 gennaio 1966. Ma anche in questo caso la tregua non ha chiuso la vicenda, con la presenza nel Kashmir di milizie islamiste, acerrime nemiche dell’India, che hanno foraggiato l’accusa di connivenza tra i servizi segreti del Pakistan e queste organizzazioni terroristiche.

Tuttavia, un nuovo vero conflitto è scoppiato solo nel 1999 con la guerra di Kargil. Le truppe pakistane e alcune formazioni di ribelli del Kashmir si sono introdotte nel distretto di Kargil, in territorio indiano. Anche in questo caso la reazione dell’India ha respinto l’azione, riprendendo il controllo dell’area. Solo nel 2003 India e Pakistan è stato raggiunto un nuovo accordo, che ha retto fino al 2008 quando sono ripresi dei piccoli focolai di scontri. L’India ha continuato ad accusare il Pakistan di addestrare le organizzazioni para-militari, ma il governo di Islamabad ha sempre smentito queste operazioni. L’elezione di Modi ha subito fatto innalzare il livello delle tensioni, viste le sue posizioni induiste più radicali. Il primo ministro indiano, nel 2014, ha subito parlato del Kashmir come un “problema”, avviando interventi repressivi verso le organizzazioni ribelli. L’escalation delle ultime settimane è così sfociata nella revoca di fatto dell’autonomia della regione.

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Cosa accade ora in Kashmir

La decisione di Modi squarcia quell’equilibrio instabile trovato comunque nei decenni, per quanto sanguinosi. Il primo ministro del Pakistan, Imran Khan, ha apertamente denunciato il rischio di una guerra, forse anche peggiore delle altre. “Temo che possano iniziare la pulizia etnica in Kashmir per spazzare via la popolazione locale”, ha dichiarato, drammatizzando ulteriormente la situazione. Anche la Cina ha fatto sentire la propria voce, definendo “inaccettabile” la mossa di Nuova Dehli, che ha comunque respinto al mittente gli addebiti parlando di una “questione nazionale” sull’organizzazione dello Stato. Le previsioni sono difficili da formulare: la regione è un crocevia di tensioni incrostate nei decenni che hanno generato una polveriera. E se divampa il fuoco sarà difficile analizzare le conseguenze.

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