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Nel nome del populismo non più (troppo) sovrano

All’inizio si è parlato di populismo, che ha creato una convergenza su un altro termine: sovranismo. E al di là dell’ismo preferito, la logica propagandistica era la stessa: perseguire gli interessi del “popolo” in nome della difesa della Nazione, a discapito delle organizzazioni sovranazionali. Su tutte l’Unione europea. La vicenda è comune a vari Paesi, seppure in contesti diversi e in situazioni apparentemente imparagonabili. Cosa c’entra infatti Boris Johnson con Matteo Salvini? E cosa c’entrano Tories e Lega con l’estrema destra tedesca dell’Afd? In apparenza poco o nulla. Eppure un filo logico esiste, quello della possibilità di arginare le loro avanzate con i gli strumenti della democrazia.

Boris Johnson

La vicenda di Johnson è emblematica: l’ex sindaco di Londra era intenzionato a tirare dritto per completare la cosiddetta hard Brexit, con il No Deal, ossia l’assenza di qualsiasi intesa con l’Ue. Addirittura il premier aveva deciso di “chiudere” il Parlamento, scongiurando il fastidio di un dibattito nelle Aule. Invece ha subito, proprio dal Parlamento, una battuta d’arresto che sembra aver già indebolito la sua posizione (qui un punto della situazione). Addirittura è stato fermato il progetto di tornare subito al voto, come avrebbe voluto il nuovo leader dei conservatori britannici.

Da Londra a Roma

Ecco, raccontata così, il parallelismo con Matteo Salvini è più chiaro: chi ha seguito le cronache politiche italiane delle ultime settimane può comprendere il motivo. Il leader della Lega, l’8 agosto, ha aperto una crisi di governo, “convocando” in piena estate il Parlamento per conclamare la fine di quell’esecutivo e portare il Paese alle elezioni. L’accordo politico tra Movimento 5 Stelle e Partito democratico ha però ribaltato lo scenario: l’ex ministro dell’Interno, che evocava “pieni poteri” durante il tour estivo di comizi, si ritrova all’opposizione. E se l’alleanza che regge il governo Conte 2 (qui una sintesi del programma) dovesse tenere, Salvini resterebbe all’opposizione fino al 2023. Un’autentica traversata nel deserto, come sostengono i principali analisti.

Giuseppe Conte

I due sovranismi, di estrazione diversa, risultano quindi fermati da un’Istituzione, troppo spesso vituperata, della democrazia: il Parlamento. Attenzione, è bene sottolineare che per Johnson e Salvini non si può parlare di “sconfitta” né tantomeno di “resa definitiva”: anzi è solo un ko momentaneo. Entrambi, infatti, hanno ancora un ampio sostegno popolare, seppure più fragile in seguito ai passi falsi delle ultime settimane. Se questo è “l’inizio della fine”, lo si vedrà in futuro: molto dipenderà dagli avversari politici, chiamati a capitalizzare gli affanni dei due leader.

L’esempio tedesco

In questo discorso si inserisce l’Afd, l’estrema destra che in Germania non riesce a sfondare. Avanza, ma non nella misura necessaria a sconfiggere i partiti tradizionali. Alle recenti elezioni in Sassonia e Brandeburgo sono arrivati secondi, certo con una percentuale alta (27,5% in Sassonia e 23,5% a Brandeburgo) ma che non ha comunque garantito il successo.

Un banchetto dell’Afd (foto di Oxfordian Kissuth)

In questo caso gli anticorpi non sono stati quelli istituzionali, come il Parlamento: l’alta partecipazione degli elettori di questi due Länder ha rappresentato un segnale significativo della voglia di arginare i sovranisti tedeschi. Insomma, anche in questo caso una (mezza) battuta d’arresto. E in questa direzione è illuminante la riflessione di Gwynne Dyer su Internazionale:

Il virus del nazionalismo infetta ancora la politica di molti paesi europei e perfino il futuro a lungo termine dell’Unione europea, garante della pace nel continente negli ultimi sessant’anni, non può essere dato per scontato. Ma ora è chiaro che i nazionalisti di estrema destra possono perdere e non solo vincere.

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