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Italiani e sostenibilità: bravi a parole, ma nei fatti…

Italiani e sostenibilità energetica; sì ma…. Potrebbe essere questa in estrema sintesi, la fotografia di quanto emerge dal Rapporto Enea “I comportamenti energetici in ambito domestico – Dimensioni culturali, sociali ed individuali“, risultato della collaborazione tra Università Statale di Milano (Cattedra di Psicologia Sociale) e Italia in Classe A, la campagna nazionale sull’efficienza energetica promossa dal ministero dello Sviluppo Economico.

La fotografia : gli italiani hanno coscienza e percezione dei problemi creati dai cambiamenti climatici, dell’inquinamento dell’aria, hanno fiducia nell’azione collettiva, c’è un’ ampia diffusione di alcune pratiche di sostenibilità. Ma…

Ma quanto alle azioni individuali che ognuno di noi potrebbe mettere in campo per partecipare a quelle azioni collettive c’è un problema. Eppure qualche mese fa un’altra ricerca sembrava andare verso una direzione diversa.

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Italiani e sostenibilità: le cose buone

Nel rapporto, che è stato curato da Paolo Inghilleri, medico, specializzato in Psicologia, Professore Ordinario di Psicologia Sociale, Dipartimento di Beni Culturali e Ambientali dell’Università degli Studi di Milano; Marco Boffi, Ph.D., psicologo, Professore a contratto in psicologia presso l’Università degli Studi di Milano; Linda Grazia Pola, psicologa, Dottore di ricerca in Scienze del patrimonio letterario, artistico e ambientale presso l’Università degli Studi di Milano e Nicola Rainisio, Ph.D. in Psicobiologia, assegnista di ricerca e Professore a contratto in Psicologia Sociale e Ambientale presso l’Università degli Studi di Milano, si evidenziano alcuni elementi e comportamenti degli italiani che sono nella media  – ed in qualche caso superiori – dei popoli europei maggiormente sensibili a questi tempi.

Per esempio:

La quasi totalità del campione (94,8% dei partecipanti) ha coscienza del cambiamento climatico in atto e riconosce (93,6%) le responsabilità umane in tale processo. Il 69% del campione ritiene che il fenomeno avrà conseguenze negative, dato in linea con quanto espresso dai cittadini delle altre nazioni europee. Sono allineati anche i dati sulla preoccupazione rispetto al climate change, che risulta elevata nel 30% circa dei rispondenti, e quelli sulla dipendenza da combustibili fossili (28%).

Circa il 35% degli italiani si dichiara molto preoccupato per il costo dell’energia, mentre l’affidabilità (intesa come disponbilità presente e futura) delle forniture energetiche non è considerata come problema rilevante (10%). Dunque, anche nel contesto italiano, come in quello di altri 14 paesi europei (su 23), i cittadini tendono a considerare come prioritario il problema dell’economicità delle fonti di approvvigionamento energetico rispetto alla loro disponibilità (ed al cambiamento climatico in atto).

La fiducia nelle capacità collettive di limitare i consumi energetici per mitigare i cambiamenti climatici (efficacia collettiva, 36%) e nelle capacità delle istituzioni politiche di prendere provvedimenti a riguardo (efficacia istituzionale, 40%) risulta, nel campione italiano, significativamente superiore alla media europea (rispettivamente 24 % e 31%). Il dato sull’efficacia collettiva è il più alto tra quelli dei paesi partecipanti, al pari di quello svedese.

Alla richiesta di esprimere un parere circa quali fonti energetiche debbano costituire la quota più significativa dell’approvvigionamento/ produzione nazionale, gli italiani hanno mostrato di privilegiare in maniera pressoché univoca le fonti rinnovabili. In particolare, viene data priorità all’energia solare (89%) rispetto a quella eolica (81%), idroelettrica (70%) e alle biomasse (57%). L’intensità del gradimento espresso per solare e biomasse è tra i più alti in Europa. Tra le fonti non rinnovabili è il gas a ottenere un maggiore gradimento (33%), mentre carbone e nucleare costituiscono scelte ormai residuali (rispettivamente 9% e 12%).

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La “pigrizia” degli italiani e la sostenibilità

Sin qui sebbene sintetizzati, gli elementi postivi del comportamento e dell’attitudine italiana rispetto alle tematiche della sostenibilità C’è quindi conoscenza e consapevolezza. Ma c’è anche traduzione in azioni concrete ogni giorno da parte di ognuno di noi, come ci ha spiegato la Dr.ssa Mariasole Bianco? C’è una educazione alla sostenibilità come abbiamo appreso dovrebbe esserci dalla Dr.ssa Calvano? Ecco le risposte tratte dal Rapporto Enea:

I comportamenti sostenibili maggiormente praticati in Italia sono la raccolta differenziata (57%, comportamento più diffuso anche a livello europeo), l’acquisto di prodotti locali (32%), la riduzione dei consumi energetici (29%) e idrici (28%), l’eliminazione dei prodotti in plastica (27%). Tutti gli altri intercettano meno del 20% della popolazione intervistata. In particolare, sono scarsamente diffusi i comportamenti riferibili alle scelte di trasporto e mobilità (uso dei mezzi pubblici e/o dell’auto privata) e a quelle di consumo (selezione di marchi/prodotti eco-compatibili).

In coerenza con quest’ultimo dato, appare scarsa anche la conoscenza degli italiani circa l’esistenza delle ecolabels europeee (il marchio europeo usato per certificare il ridotto impatto ambientale dei prodotti o dei servizi offerti dalle aziende che ne hanno ottenuto l’utilizzo) solo al 17%. Il 77% del campione, infatti, non ha riconosciuto alcuna etichetta di questo tipo, dato più elevato tra tutti i paesi considerati.

I problemi ambientali riconosciuti come maggiormente importanti dal campione italiano sono l’inquinamento dell’aria e la produzione di rifiuti. Rispetto alla media europea, in Italia acquisiscono maggior importanza: l’inquinamento del mare e dei suoli agricoli, la frequenza di siccità o inondazioni, l’aumento della quantità di rifiuti. Di contro, sono percepiti come meno centrali per l’immaginario i rischi per gli habitat naturali e animali e la mancanza di acqua potabile.

Per quanto concerne i comportamenti energetici in ambito domestico, il 39% degli italiani afferma di non aver praticato di recente alcuna azione migliorativa (media EU 35%). Tra i comportamenti rilevati, il campione risulta inferiore alla media europea nella sostituzione di vecchie apparecchiature (es. frigoriferi, lavatrici) con modelli di classe energetica più elevata e nella scelta di mezzi ecologici di mobilità (bicicletta, trasporto pubblico, piedi), mentre ottiene risultati superiori alla media circa l’acquisto di veicoli elettrici o bassa emissione e di sistemi di riscaldamento domestico tecnologicamente rinnovati.

Tutto questo, ed altro ancora contenuto nel rapporto, fa dire agli autori che :” si avverte una sostanziale dissonanza tra quanto la cittadinanza richiede al sistema politico-legislativo (stabilire leggi più restrittive) e quanto sia disposta a concedere nell’ambito delle proprie abitudini personali e dei comportamenti quotidiani (uso dell’automobile, tassazione combustibili fossili). A tale dissonanza si connette, in secondo luogo, una sostanziale rappresentazione dei problemi ecologici quali “problemi del sistema produttivo”, come tali risolvibili tramite inasprimento delle leggi e delle sanzioni, senza richiedere il coinvolgimento diretto dei comportamenti dei privati cittadini e l’evoluzione di questi. Ne è conferma il fatto che i cittadini italiani non percepiscono l’importanza di scegliere, in qualità di consumatori, marchi che promuovano forme di business sostenibile. Dopo i cittadini del Regno Unito – ormai fuori dall’Unione –  gli italiani sono i più scettici (79% di risposte positive) nel sostenere che l’Unione Europea dovrebbe investire maggiormente in programmi di salvaguardia ambientale e mitigazione del cambiamento climatico.

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