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Italia negligente su aree marine protette: biodiversità a rischio

Italia negligente su aree marine protette. Vi spieghiamo l’assurda situazione di un paese con 7456 km di costa, che trascura il suo mare mettendo a rischio biodiversità e opportunità economiche.

Una civiltà fondata sul rapporto col mare

Il debito che il nostro paese ha con il mare è inestimabile. L’ambiente marino e tutto quello che gli è adiacente ha radicalmente influenzato ogni ambito della nostra civiltà. Il Mare nostrum è letteralmente uno dei principali elementi creatori, se non il più importante, del DNA della civiltà latina, e quindi, non solo dell’italianità, bensì dell’intero Occidente. L’Occidente come lo conosciamo oggi ha infatti iniziato a esistere quando, nella prima guerra punica, Roma comprese di doversi occupare direttamente del dominio militare e commerciale del Mediterraneo, sconfiggendo così i Cartaginesi.

Foto: Red Tony

L’Italia è poi la patria delle repubbliche marinare. Italiano è il nome del navigatore a cui è associata la scoperta delle Americhe. E quanto all’epoca contemporanea, è perfino superfluo e ridondante rimarcare la centralità del mare in vari comparti industriali, in primo luogo quelli alimentare e turistico, entrambi fiori all’occhiello della nostra cultura e colonne portanti della nostra economia.Impakter Italia si è sempre occupata, e continuerà a farlo, di mare, aree marine tanto da essere media sponsor tecnico di Worldrise Onlus

Trascurando il mare, l’Italia negligente abbandona se stessa

Eppure, il nostro paese trascura la tutela del mare, tradendo così se stesso e la sua storia, e minando il proprio futuro. Questo accade attraverso uno squilibrio di attenzione, riflessione ed energie impiegate, che vede il territorio terrestre eccessivamente favorito rispetto a quello marino. Tale squilibrio si manifesta in primis sul piano giuridico. Una produzione insufficiente, caotica e contraddittoria di leggi ad hoc, impedisce un’adeguata azione di tutela dell’ambiente marino, in particolare di quelle aree che richiedono un’attenzione particolare, chiamate aree marine protette (AMP).

La prima a subirne le conseguenze è la biodiversità, della quale il Mediterraneo è un tempio naturale. Da questo viene meno tutto il resto: tutela ambientale, della qualità della vita delle popolazioni locali e delle immense opportunità economiche. È dunque l’intero sistema paese, alla fine, a subirne gli effetti. A dimostrazione di come la sostenibilità non sia una questione di spicciola ecologia, bensì un delicato sistema di equilibri che dipende dalla corretta gestione di ciascun ambito dell’attività umana. Ma vediamo nel dettaglio le problematiche di cui stiamo parlando.

L’assurda disparità giuridica tra AMP e parchi nazionali terrestri

“Un Parco Nazionale a terra ha un proprio Ente autonomo di gestione, ben identificato, ed il cui funzionamento è attentamente codificato dalla legge quadro sulle aree protette. Un Parco Nazionale marino, cioè un’Area Marina Protetta, invece, tale chiarezza ancora manca”. Così Fabio Vallarola di MedPAN. Questa è la denuncia e la riflessione di partenza. Si richiede quindi di parificare la situazione delle aree protette marine con quelle terrestri. Parchi terrestri e parchi marini devono potersi avvalere di una stessa regolamentazione. Dall’assenza di leggi adeguatamente uniformate, derivano una serie di problematiche che colpiscono le aree protette marine, diversamente da quanto avviene con i parchi nazionali a terra. Le AMP sono state oggetto, ad esempio, di una politica di forte riduzione di finanziamenti pubblici, secondo l’ottica generale di riduzione della spesa pubblica di questi ultimi anni.

Ma se provvedimenti del genere sono adeguati per i grandi e ben noti carrozzoni di stato, assai diversa è la situazione di piccole realtà come una AMP, che invece necessita di un approccio mirato, di precisione, nel distribuire fondi e a maggior ragione nel rimuoverli. Più il settore di intervento è delicato e altamente specifico, più i tagli lineari diventano grossolana e dannosa macelleria.

L’altro aspetto, rovescio della medaglia del precedente, è la martellante azione di controllo della regolarità della spesa. L’Italia negligente riduce i fondi e obera oltremodo lo scarso personale di queste strutture in una “logorante richiesta, sia da parte dello stesso governo centrale che dalle proprie agenzie e Ministeri, di forme di verifica continua e sul controllo della spesa, degli equilibri, della trasparenza, tracciabilità, anticorruzione, etc.. Tutti adempimenti importanti che, però, sovraccaricano amministrativamente il poco personale che a fatica si è riusciti ad organizzare nonostante le restrizioni” aggiunge ancora Vallarola.

Una situazione che tra l’altro disattende gravemente le indicazione che provengono dalla UE. Impossibile non chiedersi come sia possibile che un’area marina protetta sia considerata figlia di un dio minore rispetto a un parco nazionale terrestre, che invece gode di un’autonomia gestionale e finanziaria che lo protegge da tutte queste insidie.

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