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Migranti barcone

Italia-Libia: il memorandum sui migranti e l’inutile lifting

Italia-Libia, un anno dopo. Il memorandumm, rinnovato dal governo nel novembre 2019, ha compiuto un tagliando importante: dodici mesi dopo, gli impegni assunti dalle autorità libiche sono svaniti. Non risulta alcun passo in avanti, senza che nessuno lo abbia rimarcato. L’attenzione mediatica è infatti assorbita dall’emergenza Covid-19. Il tutto mentre nello scenario libico è aumentata l’intensità degli scontri tra l’esercito di Tripoli e le forze al comando del generale Khalifa Haftar. Un’escalation di offensive e controffensive, che non ha giovato al rispetto dei diritti umani. Il quadro caotico non è migliorato: il premier Al Serraj aveva annunciato le dimissioni, salvo poi posticiparle. Aggiungendo incertezza a incertezza.

Centri di violazione di diritti umani

Fayez al Serraj

I centri di detenzione, così, restano luoghi in cui avviene una violazione ripetuta dei diritti umani. “Sono luoghi sovrappopolati, si parla di centinaia di persone che si trovano in strutture che potrebbero raccoglierne soltanto qualche decina”, aveva raccontato, a gennaio 2020, Alessio Romenzi, fotoreporter in un colloquio pubblicato da Save the Children. Le sua parole riecheggiano, ancora, piene di significato: “C’è un limitato accesso ai servizi igienici, all’acqua, all’igiene personale. Non sono consentite le visite di eventuali parenti. In questi luoghi i migranti sono segregati in attesa di un destino non chiaro, molto spesso con l’aspettativa che trovino i soldi per pagare una non legalizzata cauzione”. Ecco, rispetto a questo scenario nulla è cambiato. È solo calato il silenzio.

Eppure la spinta degli attivisti aveva messo pressione al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e alla ministra dell’Interno, Luciana Lamorgese, titolare del dossier. L’obiettivo? Cancellare l’intesa o almeno rivederla in un’ottica di rispetto effettivo dei diritti umani.

L’inutile lifting al memorandum

Gli accordi sono stati sottoscritti la prima nella scorsa legislatura. Al Viminale c’era allora Marco Minniti (esponente di spicco del Partito democratico), che pure aveva garantito di voler vigilare sulla situazione. Addirittura definì un “assillo” il ripristino della legalità e la cessazione delle violenze dei migranti trattenuti in Libia. Una dichiarazione caduta nel vuoto, vista la continuità data all’accordo dai governi che si sono susseguiti. Senza che ci siano stati i cambiamenti promessi dai libici.

Libia guerra bombe

“Il testo del memorandum nella sua versione rinnovata è frutto di un’abile operazione di pulizia lessicale. Non si abusa più, ad esempio, del termine ‘clandestino’, mentre i centri di detenzione vengono chiamati “centri di accoglienza”, pur rimanendo tali e quali. Il testo rimanda poi alle convenzioni internazionali ma, come dicevamo, la Libia non ha sottoscritto una delle più importanti (se non la più importante) e il memorandum non contiene questo impegno”, spiega a Impakter Italia Stefano Catone, editore e autore di numerosi saggi sui migranti, tra cui Camminare. Oltre i confini e oltre (People)

Catone denuncia i punti centrali della questione: “Siamo di fronte a un accordo in palese contraddizione con il rispetto e la tutela dei diritti umani. La Libia infatti – non è mai superfluo ricordarlo – non ha mai sottoscritto la Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati, e cioè l’accordo cardine attorno al quale ruota la tutela dei diritti dei rifugiati, tanto di coloro che hanno uno status riconosciuto, quanto di coloro che sono portatori di questo status in base alla propria storia personale ma per i quali non è ancora avvenuto un riconoscimento giuridico”. Qualcosa di lontano, in maniera siderale, dai principi di sviluppo sostenibile.

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