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Italia indietro nelle rinnovabili: perchè?

Burocrazia-energie rinnovabili-Italia. Procedendo con ordine, iniziamo a mettere da parte una parola ed un concetto contro il quale noi italiani combattiamo ogni giorni : burocrazia. Deriva dal francese “bureau” ufficio, e dal greco “kratòs”, forza, potere. Dunque il potere degli uffici. Di uno Stato per esempio. Ed eccoci alla questione di sostenibilità oggetto di questo post: c’è una classifica stilata dal  Climate Change Performance Index (CCPI), che misura l’impegno di un Paese nella lotta al clima, prendendo come parametro di riferimento gli obiettivi dell’Accordo di Parigi e gli impegni assunti al 2030.

Ebbene secondo questa classifica l’Italia ha perso tre posizioni ed è scesa al 30° posto nella graduatoria della performance climatica di 60 Paesi più l’Unione europea. A determinare il risultato dell’Italia il rallentamento dello sviluppo delle rinnovabili (34° posto della classifica specifica) e una politica climatica nazionale ancora inadeguata a fronteggiare l’emergenza. Infatti, l’attuale Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC) consente un taglio delle emissioni entro il 2030 di appena il 37% rispetto al 1990. Mentre dovrebbe essere superiore al 51 per cento.

E’ la sintesi dal rapporto annuale di Germanwatch, CAN e NewClimate Institute sulla performance climatica dei principali paesi del pianeta, realizzato in collaborazione con Legambiente per l’Italia. “Il peggioramento in classifica dell’Italia – dichiara Mauro Albrizio, responsabile ufficio europeo di Legambiente da Glasgow mentre è alla Cop26 –  – ci conferma l’urgenza di una drastica inversione di rotta. Si deve aggiornare al più presto il PNIEC per garantire una riduzione delle nostre emissioni climalteranti, in linea con l’obiettivo di 1.5°C, di almeno il 65% entro il 2030. Andando quindi ben oltre l’obiettivo del 51% previsto dal PNRR e confermando il phase-out del carbone entro il 2025 senza ricorrere a nuove centrali a gas”.

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@markusspiske by Pixabay

Le responsabilità italiane

Nel rapporto si prende in considerazione la performance climatica di 60 paesi, più l’Unione Europea nel suo complesso, che insieme rappresentano il 92% delle emissioni globali. La performance è misurata, attraverso il Climate Change Performance Index (CCPI), prendendo come parametro di riferimento gli obiettivi dell’Accordo di Parigi e gli impegni assunti al 2030. Il CCPI si basa per il 40% sul trend delle emissioni, per il 20% sullo sviluppo sia delle rinnovabili che dell’efficienza energetica e per il restante 20% sulla politica climatica.

Albrizio ma perché siamo così indietro ed anzi perdiamo posizioni?

Purtroppo è semplice: per colpa della burocrazia. Dal giugno del 2013 non c’è una politica energetica per le rinnovabili e le aste per le concessioni alternative vanno deserte nel nostro paese. Gli investitori allora vanno all’estero. L’Italia ha a disposizione ben 70 miliardi, allocati dal PNRR per la transizione ecologica, da investire per superare la crisi pandemica e fronteggiare l’emergenza climatica, attraverso una ripresa verde fondata su un’azione climatica ambiziosa, in grado di colmare i ritardi del PNIEC ed accelerare la decarbonizzazione dell’economia italiana in coerenza con l’obiettivo di 1.5°C dell’Accordo di Parigi. Solo così l’Italia potrà essere protagonista in Europa nell’impegno comune per fronteggiare l’emergenza climatica. Una sfida che possiamo e dobbiamo vincere”.

L’altro perchè lo troviamo nelle parole di Europa Verde che commentando la pessima classifica dell’Italia nel campo dlle rinnovabili, dà notizia di una non azione del nostro Paese per cambiare a favore del clima:

Con profondo rammarico, non ci sorprende la notizia che l’Italia sia scivolata al 30/o posto nella classifica di 63 Paesi più l’Ue nella lotta alla crisi climatica. Nell’anno in cui il PNRR poteva rappresentare un’occasione unica per rivoluzionare l’economia in maniera sostenibile  – dicono i co-portavoce di Europa Verde Eleonora Evi e Angelo Bonelli –  e in cui si è istituito un ministero per la transizione ecologica, siamo riusciti nell’impresa di perdere tre posizioni rispetto allo scorso anno. Al cospetto di dati e numeri certificati, appare evidente che molti non siano all’altezza del compito che gli era stato assegnato.

Una pessima notizia per il clima e una terribile figura per il nostro Paese: a quanto pare l’Italia non è intenzionata a firmare il BOGA (Beyond Oil and Gas Alliance), l’impegno promosso da Costa Rica e Danimarca per dire basta all’utilizzo delle fonti fossili. L’obiettivo dichiarato è rafforzare l’ambizione climatica globale in linea con quanto stabilito dall’Accordo di Parigi, mantenendo l’aumento di temperatura globale ben al di sotto di 1,5°C, eliminando l’uso delle fonti fossili. L’assenza dell’Italia tra i firmatari dell’unico impegno che con chiarezza si prefigge lo stop all’uso delle fonti fossili, smaschera senza pudore la vacuità delle nostre politiche ambientali ed evidenzia ancora una volta l’ipocrisia e lo scopo promozionale dei proclami del nostro Governo che invece, con i fatti, continua ad ignorare i moniti della comunità scientifica e a recitare la parte del grande assente nelle decisioni fondamentali per contrastare la crisi climatica. E questo va di pari passo con il taglio ai Sussidi Ambientalmente Dannosi che è il grande assente nella bozza della Legge di Bilancio italiana.”

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