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Istria: gli italiani che sono rimasti

Il Giorno del Ricordo è per gli esuli ma chi ricorda quelli che sono rimasti? Nessuno. Eppure se ancora oggi in Istria si parla italiano lo si deve a quei circa 15/20 mila che allora rimasero e che a lungo furono visti con sospetto, se non proprio considerati traditori, dagli esuli. Perché rimasero? Alcuni per ideologia: comunisti che avevano fiducia nella nuova entità nazionale nata dalla Resistenza; alcuni perchè credettero nella politica di “fratellanza” tra Italiani e Slavi propugnata dal nuovo governo (che però fu vanificata dagli odi e rancori suscitati in chi aveva subito la dura politica di snaturalizzazione e persecuzione perpetrata del fascismo); altri, la maggioranza, restarono perché non vollero lasciare le case in cui erano nati, la dolce terra natia. Furono questi, in un certo senso, degli “eroi” che seppero resistere alle angherie del primissimo dopoguerra e affrontarono quel che gli esuli non seppero e non vollero affrontare: il capovolgimento di uno status sociale.

La piazza principale di Pirano (Piran, Slovenia) con il monumento a Giuseppe Tartini qui nato nel 1692 violinista e compositore italiano cittadino della Repubblica di Venezia

La popolazione culturalmente ed economicamente dominante si trovava ad essere dominata dalla popolazione ritenuta “inferiore” (i s’ciavi), la lingua obbligatoria non era più l’italiano ma il serbo-croato e il regime comunista annullava ogni privilegio borghese, niente più proprietà privata, appartamenti e ville andavano condivisi, le proprietà terriere spartite fra i contadini che prima erano stati salariati, botteghe, attività commerciali e industrie statalizzate.

Fu un periodo durissimo, in cui la Jugoslavia intese per così dire rendere pan per focaccia agli Italiani, proibendo la lingua, chiudendo scuole, associazioni sportive e culturali, slavizzando i cognomi. La minoranza italiana rischiò veramente di essere assimilata e quindi scomparire ma seppe resistere. Un nuovo tipo di “resistenza” non armata che alla fine diede i suoi frutti: il Governo Jugoslavo finì per riconoscere gli Italiani come minoranza facente parte della Repubblica Federativa, con il diritto riacquisito di usare la propria lingua, di avere le proprie scuole, le proprie associazioni culturali, le proprie attività sociali e sportive; si pubblicarono di nuovo giornali, riviste e libri in lingua italiana. Soprattutto la minoranza ottenne rappresentanza in parlamento con diritto di esporre il proprio vessillo nazionale (con stella rossa nel bianco centrale, la bandiera dei partigiani).

L’Arena romana di Pola (I sec. D.C.) (Pula, Croazia)

Gli Italiani d’Istria, Jugoslavi, hanno di nuovo subito uno scossone per il crollo della Repubblica Federativa e si sono ritrovati divisi, in parte sloveni e in parte croati. Conservati, però, tutti i diritti acquisiti e rappresentanza nei parlamenti sloveno e croato. Come sempre accade ci sono gli scontenti, quelli che dicono che si stava meglio prima, i nostalgici di Tito, e non mancano le polemiche, per esempio con il Governo Croato che sembra credere che la minoranza italiana abbia “troppi” diritti oppure quella recentissima per Fiume/Rijeka designata come Capitale Europea della Cultura 2020 in cui tutti i programmi sono scritti in croato e non anche in italiano come sarebbe giusto e d’obbligo.

L’abside della Basilica Eufrasiana (VI sec. Il più importante edifico bizantino di là dell’Adriatico, patrimonio dell’Unesco) di Parenzo (Poreč, Croazia)

Oggi la principale organizzazione degli Italiani di Slovenia e Croazia è L’Unione Italiana (in croato Talijanska Unija, in sloveno Italijanska Unija), chiamata anche Comunità Nazionale Italiana le cui origini risalgono al 1944 durante la Seconda Guerra Mondiale. Conta 37.659 iscritti con sede principale in Croazia a Fiume/Rijeka e secondaria in Slovenia a Capodistria/Koper.

E dunque, per stemperare l’amarezza per aver dovuto constatare che il Giorno del Ricordo è divenuto il giorno dell’orgoglio nazionalista e fascista, mi pare giusto anche ricordare gli Italiani che sono rimasti in Istria e seppero riottenere i loro diritti di minoranza: grazie a loro ancora si parla italiano, c’è una toponomastica bilingue, si possono ancora sentire i vecchi parlare il loro bel dialetto istro-veneto, ci sono scuole italiane, associazioni culturali italiane, giornali, riviste e libri in italiano, c’è rappresentanza nei parlamenti sloveno e croato e sventola il tricolore bianco rosso e verde (senza più stella rossa).

 

 

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