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Iran: strage di manifestanti

Un bilancio di 208 vittime per gli scontri in Iran. I numeri di Amnesty international gettano un’ombra sulla reazione del governo di Teheran contro chi è sceso in piazza per protestare contro i rincari del 300% del prezzo del carburante. Dal 15 novembre, infatti, la Repubblica Islamica è di nuovo scossa da tensioni, dopo quelle dello scorso anno. E che sono la propaggine delle grandi manifestazioni del 2009 portate avanti con la richiesta di riforme democratiche contro il regime degli ayatollah guidato da Ali Khamenei. Insomma, la situazione è grave per i diritti umani, come racconta un articolo di Mina Tumay su impakter.com.

“Le proteste non sono state adeguatamente riportate dai media occidentali a causa di una chiusura senza precedenti di Internet in Iran da una settimana. Tuttavia, le foto e i video dei social media che sono circolati, negli ultimi due giorni, stanno dimostrando l’entità delle proteste”, si legge nell’articolo. Il ruolo della censura è ancora una volta centrale, arrivando anche a bloccare strumenti come Twitter. Che nelle proteste degli anni scorsi è stato prezioso. Le autorità hanno dispiegato le proprie forze per evitare che le persone potessero parlare con i giornalisti e far sapere quello che sta accadendo.

La Guida Suprema Ali Khamenei

Le ricadute economiche

Lo stop a Internet ha avuto un pesante tributo da pagare. “Il blackout ha sconvolto la vita quotidiana, rinviando anche gli studi universitari e dando un colpo complessivo ai profitti di molte aziende. Imprese e startup, con sede in Iran, sono state colpite e le pochissime che sono riuscite a ripristinare una connessione a larghezza di banda limitata hanno avuto un drastico calo delle vendite”, ha scritto Tumay. E come se non bastasse molte famiglie, per parlare con i loro parenti all’estero, hanno dovuto affrontare costose telefonate, non avendo più a disposizione servizi Voip. Il silenzio social e mediatico è dunque uno strumento per attuare una feroce repressione.

“L’allarmante aumento del numero dei manifestanti uccisi conferma una volta di più la furia omicida delle forze di sicurezza e il profondo disprezzo per la vita umana mostrato dalle autorità iraniane”, ha dichiarato Philip Luther, direttore delle ricerche sul Medio Oriente e l’Africa del Nord di Amnesty International.  “I responsabili di questo massacro – ha aggiunto Luther – devono essere chiamati a rispondere delle loro azioni. Poiché già in passato le autorità iraniane hanno mostrato di non avere alcuna intenzione di svolgere indagini efficaci, indipendenti e imparziali sulle uccisioni illegali dei manifestanti e sull’uso arbitrario della forza nei loro confronti, chiediamo alla comunità internazionale di contribuire ad assicurare l’accertamento delle responsabilità”. La cifre sono però contestate dalle autorità di Teheran, che parlano di menzogne diffuse da gruppi ostili.

Le proteste dell’Onda verde nel 2009

Crisi su crisi

La ferita inferta all’economia in questi giorni si somma a un quadro complicato. Ma per quale motivo c’è stato l’aumento dei prezzi del carburante? L’Iran è infatti una superpotenza energetica con una grande industria petrolifera: circa il 60% della sua economia è dominata dalla produzione di petrolio e gas. “Tuttavia – rileva l’articolo su impakter.com – i recenti conflitti politici con gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni sul mercato del petrolio iraniano. E hanno ridotto le esportazioni di petrolio greggio dell’Iran di oltre l’80%”, spiega Tumay. Un duro colpo con gli effetti che continuano a dispiegarsi.

La lunga Onda verde

La Repubblica Islamica, comandata dagli ayatollah, è stata istituita nel 1979 dopo il rovesciamento dello Scià di Persia. Khomeini ha assunto la carica di Guida suprema, rappresentando una nuova potenza nella regione e aprendo il fronte tra sciiti, Iran appunto, e sunniti, Arabia Saudita. Da allora il regime ha alimentato l’economia sfrutta il petrolio come volano di sviluppo. Il Paese ha però dovuto fare i conti con pesanti sacrifici anche a causa dell’isolamento economico, causato dalle tensioni geopolitiche e dai programmi di dotazione di un’arma atomica. L’ira popolare è così deflagrata nel 2009, trenta anni dopo la nascita della Repubblica Islamica.

In quel caso l’Onda verde, nome del movimento che ha occupato le piazza per mesi, nacque contestando il risultato delle elezioni presidenziali in cui vinse Mahmud Ahmadinejad. Il regime scelse subito la strada della repressione con arresti di massa dei dissidenti e un bilancio di decine di vittime negli scontri. Da allora la situazione è rimasta sempre incandescente in Iran, nonostante il graduale dissolvimento dell’Onda verde. Le strade si sono infatti di nuovo riempite di manifestanti nel 2018 e, ora, dall’ultimo novembre. Con le solite conseguenze: una replica violenta delle autorità di Teheran.

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