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Emergenza climatica: Luca Mercalli lancia l’allarme

Il tempo per fermare l’aumento delle temperature è già scaduto. Ma possiamo provare ad arginarlo, evitando la catastrofe totale che metterebbe sott’acqua il pianeta. E per farlo servono cambiare, da subito, stile di vita personale e modello produttivo. Luca Mercalli, climatologo e presidente della Società Meteorologica Italiana, in questa intervista a Impakter Italia lancia un nuovo allarme. E propone soluzioni.

Mercalli, andiamo dritti alla fulcro del problema: quanto tempo c’è per fermare la deriva climatica?

Se parliamo di fermare del tutto, non abbiamo più tempo. Lo abbiamo perso nei decenni precedenti. Erano problemi già noti nel 1992, quando a Rio de Janeiro le Nazioni Unite hanno tenuto la prima convenzione mondiale sul clima. Siamo già dentro la malattia,  possiamo solo diminuire i sintomi. Faccio l’esempio della febbre: abbiamo la febbre a 38°. Anche se ci curiamo subito, la febbre sale almeno a 39°; però è sicuramente meglio di andare a 42°. I numeri sono gli stessi anche per il clima. Un grado lo abbiamo già preso, se facciamo tutto quello che prevede l’accordo di Parigi ci sarà l’aumento di un altro grado. Ma se non facciamo niente, entro fine secolo ci porterebbe all’incremento di 5 gradi.

I fenomeni meteo sono sempre più estremi. Qual è il legame con il cambiamento climatico?

I fenomeni meteo sono estremi su due segni. Ma conta che sono di breve durata e su piccole zone del pianeta. Quando parliamo di riscaldamento globale, ci interessa quello che accade all’intero pianeta, non alla singola città; e interessa la tendenza a lungo termine, negli anni, non quello che accade in tre giorni. In Italia il 2018 è stato il più caldo della storia: il grafico del clima italiano ha una linea in salita da anni. Poi, in mezzo, capitano episodi anomali. Magari tra un mese ci lamenteremo per il caldo.

Viviamo circondati dalle acque. Cosa può accadere, a breve, all’Italia?

Gli oceani nel mondo stanno crescendo a 3,5 millimetri all’anno. Il problema c’è già, il mare è già aumentato di 20 centimetri nell’ultimo secolo. E più fondono i ghiacciai, più salgono i livelli delle acque. Non si può agire quando il mare è aumentato di un metro: non si può svuotare. Bisogna contenere già da ora.

La Gran Bretagna ha dichiarato emergenza climatica. in Italia invece i media ignorano l’ambiente. Perché il salvataggio del pianeta non riesce a interessarci?

Il problema è la bassa scolarità scientifica. Nei giornali si parla di ambiente, ma in taglio basso, quasi mai in prima pagina. La poca buona informazione che viene prodotta non è ritenuta prioritaria. Penso all’allarme dato dalle Nazioni unite sulla possibile estinzione di molte specie. Solo La Repubblica ha messo in prima pagina un riquadro fotografica, ma non era certo il titolo principale. Eppure c’è in gioco la nostra esistenza.

Cosa possiamo fare, nel quotidiano, per arginare il surriscaldamento?

Prima  di tutto: non lasciare rifiuti nell’ambiente, produrne di meno facendo più attenzione, fare la raccolta differenziata. C’è poi l’energia: ne sprechiamo tanta , le case sono un colabrodo energetico, nonostante ci siano modi per tagliare dell’80% i consumi, portando anche un forte risparmio in bolletta. Ci sono gli incentivi per rendere più efficienti energeticamente i nostri edifici. Un altro settore è quello dei trasporti: avere un’auto che consuma poco al posto di un Suv, usare i mezzi pubblici o se possibile le bici, usare meno l’aereo, anche se con i voli low cost tutti sono invitati a fare vacanze esotiche. Infine, l’ultimo tema è quello del cibo: mangiare poca carne, che ha un elevato budget di emissioni, acquistare prodotti locali, che non hanno viaggiato per tutto il pianeta, e mangiare prodotti stagionali, per esempio le fragole a Natale sono state coltivate in una serra o hanno affrontato un viaggio in aereo.

E come è possibile cambiare, velocemente, un sistema produttivo legato ancora a logiche novecentesche?

Anche le Nazioni Unite  hanno scritto che il nostro sistema economico è in conflitto con l’ambiente. Bisogna avere il coraggio di metterlo in discussione: bisogna comprendere che un sistema basato sulla crescita infinita, in un mondo dalle dimensioni finite, non può funzionare. Serve un’istituzione internazionale sulla transizione economica, formata dai migliori economisti del mondo, per l’elaborazione di un modello nuovo. È fondamentale un investimento in conoscenza per individuare un sistema diverso, che nasca da un’iniziativa negoziata e non con una rivoluzione che in genere portano spargimenti di sangue. Invece ancora oggi ci si rifugia nel “there is no alternative”. Ma chi lo ha detto? L’economia l’abbiamo inventata noi, mentre le leggi naturali universali non sono una nostra invenzione. Possiamo intervenire, quindi, su una nostra invenzione.

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