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Inquinamento smog industria clima

Inquinamento e Covid, un legame controverso

L’inquinamento è un killer della modernità. Lo raccontano le statistiche raccolte negli anni: sono decine le patologie che provoca e aggrava. Basti pensare ai danni prodotti dalle famigerate pm10, le polveri sottili, al sistema cardiovascolare. E senza tacere dell’impatto sulla biodiversità. Tuttavia, il rapporto tra inquinamento e Covid resta controverso, alimentando un serrato confronto tra i ricercatori. Inizialmente si pensava a una relazione molto stretta tra smog e diffusione del Coronavirus. Ma un recente studio, realizzato dall’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Isac), delle sedi di Lecce e Bologna, e dall’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente-Arpa Lombardia, ha sostenuto che particolato atmosferico e virus non hanno un legame cosi stretto.

Questa la sintesi del lavoro: “La probabilità di maggiore trasmissione in aria del contagio in outdoor in zone ad elevato inquinamento atmosferico appare essenzialmente trascurabile”, si legge nel comunicato del Cnr. “La probabilità che le particelle virali in atmosfera formino agglomerati con il particolato atmosferico pre-esistente, di dimensioni comparabili o maggiori, è trascurabile anche nelle condizioni di alto inquinamento tipico dell’area di Milano in inverno”, ha affermato Franco Belosi, ricercatore Cnr-Isac di Bologna. “È possibile – ha aggiunto – che le particelle virali possano formare un cluster con nanoparticelle molto più piccole del virus ma questo non cambia in maniera significativa la massa delle particelle virali o il loro tempo di permanenza in atmosfera. Pertanto, il particolato atmosferico, in outdoor, non sembra agire come veicolo del Coronavirus”.

L’altro studio su polveri sottili e Coronavirus

Ma praticamente a distanza di poche ore, un’altra ricerca ha evidenziato che le polveri sottili hanno un ruolo nella veicolazione del virus. Una conferma di quanto sia delicato il tema e di come sia necessario un approfondimento. A condurre lo studio sono stati Mauro Minelli, visitor professor di immunologia clinica nell’università di studi europei “Jean Monnet” e la ricercatrice Antonella Mattei del dipartimento di Scienze della vita e dell’ambiente dell’università di L’Aquila. “Abbiamo visto che l’esposizione aumenta il tasso d’incidenza del Covid di 2,79 ammalati per 10mila persone se la concentrazione di PM2.5 aumenta di un microgrammo per metro cubo d’aria, e di 1,24 ammalati per 10mila persone se la concentrazione di NO2 aumenta di un microgrammo per metro cubo d’aria”, ha raccontato Minelli a ilfattoquotidiano.it. L’analisi giunge addirittura alla conclusione di una “dinamica ecologica” della propagazione del virus: la seconda ondata sarebbe favorita dal ritorno all’attività economica tradizionale. Quindi dall’incremento di emissioni.

Daniele Contini, ricercatore Isaac-Cnr (Lecce), ha invece descritto, sulla base degli studi, un’altra situazione:  “Anche ipotizzando una quota di infetti pari al 10% della popolazione (circa 140.000 persone per Milano e 12.000 per Bergamo), quindi decupla rispetto a quella attualmente rilevata (circa 1%), sarebbero necessarie, in media, 38 ore a Milano e 61 ore a Bergamo per inspirare una singola particella virale”. Dunque, ha aggiunto lo scienziato, “si deve però tenere conto che una singola particella virale può non essere sufficiente a trasmettere il contagio e che il tempo medio necessario a inspirare il materiale virale è tipicamente tra 10 e 100 volte più lungo di quello relativo alla singola particella, quindi variabile tra decine di giorni e alcuni mesi di esposizione outdoor continuativa. La maggiore probabilità di trasmissione in aria del contagio, al di fuori di zone di assembramento, appare dunque essenzialmente trascurabile”.

Inquinamento e smog: espressioni troppo generiche

Il punto di incontro, però, sembra connesso alla genericità di parole come smog o inquinamento. Bisogna entrare nel dettaglio. Secondo la ricerca condotta da Minelli e Mattei, nel dettagli, “gli individui permanentemente esposti a livelli medi o alti di PM2.5 sviluppano, per una alta espressione di ACE2, una sorta di automatica protezione contro l’infiammazione polmonare prodotta da PM2.5 per la micidiale composizione chimica di questa miscela di microinquinanti. Tale particolarità, tuttavia, può non risultare del tutto utile e vantaggiosa nel caso in cui, come accade col Covid-19, il virus responsabile della malattia utilizzi proprio l’ACE2 come recettore della internalizzazione cellulare.

Dunque, ACE2 è la ‘serratura’ attraverso la quale il Covid ‘inganna’ la cellula umana, penetra al suo interno, la infetta e, conseguentemente, innesca tutto il processo patologico che caratterizza il quadro clinico”. Un elemento comune c’è: la riduzione delle emissioni inquinanti garantisce al fisico una maggiore integrità. E tanto basta per essere un cardine dello sviluppo sostenibile.

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