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India proteste contadini

India: le grandi proteste degli agricoltori

Un movimento di massa, spontaneo, che dai villaggi arriva alle grandi città. Quello che sta accadendo in India, da settimane, è uno dei fenomeni nuovi più rilevanti da decenni: è la protesta degli agricoltori avviata da novembre. Le immagini delle violenze a Delhi, del 26 gennaio, sono arrivate al culmine di un crescendo di tensione. L’imponenza dei cortei è incontestabile: nel Paese gran parte della popolazione vive di agricoltura: la stima è di almeno il 50% su un totale di un miliardo e 300 milioni di indiani, nonostante i processi di industrializzazione.

Al di là delle megalopoli, infatti, ci sono realtà rurali invisibili alla narrazione mediatica. Ma che rappresentano una maggioranza reale, per quanto finora silenziosa. Un’ampia fascia di indiana che sta vivendo un progressivo impoverimento, nonostante la forte spinta all’urbanizzazione, quindi allo spostamenti nei centri più grandi. L’iniziativa di dissenso ha attirato l’attenzione di qualche star internazionale, come la cantante Rihanna. Una presa di posizione che ha fatto irritare le autorità indiane. Il premier nazionalista, Narendra Modi, non incarna il leader del progressismo e della tolleranza.

India: perché protestano gli agricoltori

L’innesco della protesta è l’impianto di riforma che liberalizza il commercio agricolo. Le nuove norme, di fatto, consentono ai contadini e ai commercianti di acquistare e vendere i prodotti senza alcuna regolamentazione sui prezzi, con una una spinta agli investimenti privati. Le normative prevedono infatti l’abolizione del sistema tradizionale dei mercati, chiamati mandi: questo strumento ha finora permesso agli agricoltori la cessione delle loro produzioni agricoli ai punti di vendita statali, dislocati in vari centri.

La contrattazione di eventuale tasse avviene direttamente con il governo locale. Il meccanismo è stato un grande vantaggio proprio per gli Stati: sono loro i reali distributori dei prodotti. Una miniera d’oro, anzi di grano, per Stati come il Punjab che gestiscono una fetta ampia di questo settore e allo stesso tempo garantisce una forma di stabilità per i contadini. Ma a sua volta genera disparità tra Stati e alimenta un’economia “in debito”.

L’obiettivo delle riforme di Modi

L’intento del governo è quindi di eliminare una rendita di posizione e favorire un principio di concorrenza. I contadini, tuttavia, temono di perdere i loro punto di riferimento, dovendo cedere alle condizioni degli investitori privati. Finendo ostaggi delle multinazionali, sempre più interessate a espandersi sul mercato in India. La liberalizzazione viene dunque vista come il colpo di grazia dagli oltre 600 milioni di agricoltori indiani.

A colpire ulteriormente è la mobilitazione arrivata dallo Stato dell’Uttar Pradesh, considerato una roccaforte governativa. Nemmeno la parziale retromarcia del governo ha prodotto esiti sostanziali: le riforme, secondo quanto riferito dal Ministero dell’Agricoltura, entreranno in vigore dopo un confronto con i sindacati.

Mobilitare milioni di agricoltori

Ma la fiducia in India su uno sbocco positivo è molto bassa. Da decenni il settore non riceve adeguate attenzioni, lamentano gli agricoltori, e la leadership di Narendra Modi non ha certo modificato la tendenza. Il calo del settore è stato del 40% rispetto agli Settanta. Un avvitamento verso il basso che ha generato disperazione, alimentando il fenomeno drammatico dei suicidi: sono 22mila le persone che si sono tolte la vita, tra il 2018 e il 2019. 

Per questo i leader della protesta hanno deciso di accamparsi poco fuori Delhi per sensibilizzare l’opinione pubblica e scuotere le autorità. Stanno lì, con i loro trattori, per ricordare che non sono intenzionati ad arretrare. L’intento è quello di mobilitare ulteriormente gli agricoltori: se solo un 30% aderisse alle proteste, si parlerebbe di 180 milioni di persone. Una massa contro cui sarebbe difficile reggere l’urto. Modi ha in realtà ottenuto un piccolo passo in avanti: dopo gli scontri del 26 gennaio, è stato cancellato il corteo programmato nei giorni successivi. Ma il braccio di ferro non è finito.

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