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Migranti campo lebso Libia

“In Libia lo schiavismo è norma, Italia ed Europa corresponsabili”

La Libia è la terra dello schiavismo degli anni Duemila. E l’Italia e l’Occidente sono ancora corresponsabili. Con prospettive non proprio rosee. Sarita Fratini, scrittrice attivista, ha pubblicato il romanzo Solidarancia (People) per raccontare il rapporti tra Italia e Libia. In questa intervista a Impakter Italia rilancia le denunce sulle sistematiche violazioni di diritti umani nei centri libici.

Qual è la situazione dei diritti umani in Libia?
Ogni sei mesi facciamo il punto della situazione, e ogni sei mesi la situazione peggiora. Il quadro è tragico. I testimoni non raccontano solo di torture nei campi di detenzione libici: ci sono processi sommari gestiti dal Tribunale ordinario di Tripoli. In effetti la legislazione sull’immigrazione, nata sotto Gheddafi e rimasta tale, prevede la detenzione con lavori forzati per il reato di immigrazione clandestina. E tra questi rientrano i migranti catturati in mare. I lavori forzati sono quindi previsti per legge. Questi processi avvengono senza nemmeno avere avvocati difensori. La condanna è così certa, poi c’è la detenzione nel carcere di El Jadida. La scadenza temporale della pena non viene quasi mai rispettata.

Il quadro è deteriorato rispetto agli impegni che, almeno verbalmente, erano stati assunti dalle autorità libiche?
Nei campi di Triq al Sikka, Tarek  al Mattar e Tajoura sono gli stessi direttori a vendere gli schiavi all’esterno. Ho raccolto testimonianze di ragazze nigeriane, vittime di tratta, che vengono vendute a privati cittadini. Così loro le “usano” come domestiche costrette a subire violenze.

Torture violenze Libia

Un migrante mostra proprie cicatrici dopo la permanenza in un centro in Libia

Si può quindi parlare di schiavismo…
È sistematico, è la norma almeno per quanto accade sotto il governo di Accordo nazionale libico di Tripoli. L’intero sistema economico è basato sugli schiavi. Se bisogna fare dei lavori, non viene chiamata una ditta: vengono impiegati gli schiavi. Così come, per millecinquecento euro, è possibile comprare una domestica  una baby sitter. Per fortuna alcune riescono a fuggire da questa condizione.

Quali sono le responsabilità dell’Occidente e nello specifico dei governi italiani?
C’è una mancanza di informazione ai cittadini. Se gli italiani conoscessero della vendita di schiavi, avrebbero un’altra opinione sugli accordi dell’Italia con la Libia. E poi, come abbiamo visto, molte delle catture in mare sono “gestite” dall’Italia o comunque dall’Europa.

In quali modalità avviene?
La Libia non ha aerei per pattugliare le rotte battute dai gommoni. Gli aerei che individuano i gommoni sono europei e comunicano le informazioni anche a Tripoli. Il primo avvistamento è europeo: siamo diventati i delatori degli schiavisti. Ricordo poi che il 2 luglio del 2018, secondo i documenti da noi reperiti, è stata l’Italia a gestire un respingimento. Sono due anni che chiediamo l’accesso agli atti, ma è stato negato dai governi Conte 1 e Conte 2. Hanno sempre apposto il segreto militare per una missione di soccorso. Non c’è stata nemmeno risposta all’interrogazione parlamentare presentata dal deputato del Pd, Matteo Orfini. Se questo è l’approccio, molte cose non saranno mai scoperte.

Quali sono le aspettative sul nuovo governo?
Non mi aspetto molto. Ci sono la riconferme della ministra Lamorgese e di Di Maio. Se non hanno mostrato interesse fino a ieri, non lo faranno ora.

Sarita Fratini

E invece cosa dovrebbero fare le autorità italiane?
Bisogna smettere di coprire le azioni dei governi precedenti. Ed è necessario affrontare il problema di collaborazione sulla violazione dei diritti umani. L’Italia continua a dare soldi a criminali internazionali. Queste cose ricordiamolo, avvengono con finanziamenti italiani. Il centro di reclutamento è il campo di Triq al Sikka, che è stato finanziato dal governo italiano con il famoso bando Minniti. Nello Scavo (giornalista di Avvenire, ndr) ha mostrato una recente chiamata in cui le autorità italiane avvisavano un peschereccio sul fatto che la Libia fosse pericolosa. Se è pericolosa per noi, perché ci rimandiamo i migranti? Annoto un elemento: il bando Minniti diceva che possono partecipare a quell’avviso solo associazioni italiane, ma gli italiani non possono andarci perché la Libia è pericolosa. Lo sappiamo, insomma, dal 2017.

L’informazione resta quindi centrale…
È una piccola nota di ottimismo. Rispetto a tre anni fa c’è la possibilità di conoscere più cose, perché siamo riusciti a creare una rete di migranti. Così riusciamo a dar loro voce. Ancora oggi vedo conferenze di esperti di immigrazione che parlano di migranti, senza dare spazio ai migranti. Perché non facciamo raccontare i fatti da chi ha vissuto direttamente quel che accade in Libia?

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