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In fuga dall’Etiopia per guerra e carestia

Dopo l’elezione del primo ministro Abiy Ahmed nel 2018, premio Nobel per la pace nel 2019, l’Etiopia sembrava aver finalmente virato verso un futuro all’insegna del rispetto dei diritti umani e della pace. Purtroppo però, quasi subito è stato chiaro che le cose non sarebbero state così semplici. Dopo i disordini dovuti all’assassinio del famoso cantante e attivista di etnia oromo Hachalu Hundessa, ucciso il 29 giugno scorso con un colpo di pistola mentre guidava la sua auto nella capitale Addis Abeba e dopo i continui scontri tra le diverse etnie che convivono nel paese, i primi di novembre un conflitto interno di particolare rilevanza ha infiammato gravemente il paese. Il Fronte di liberazione del Tigrè (Tplf), avrebbe attaccato le forze nazionali a Macallé, forze che hanno immediatamente risposto con il blocco dei servizi di comunicazione (linee telefoniche e internet) e di fornitura di energia elettrica e con un’operazione militare nella zona a partire dal 4 di novembre. Successivamente, il Tplf ha anche attaccato la capitale eritrea Asmara. Amnesty International già da novembre ha chiesto di tutelare i civili nelle azioni militari, ma purtroppo la situazione si sta evolvendo sempre di più verso la guerra civile, e secondo UNHCR sono già oltre 52mila le persone che hanno dovuto abbandonare la loro casa e si sono rifugiate nel Sudan orientale. Il 28 novembre il Governo dell’Etiopia segnalava la fine delle operazioni militari nel Tigré, ma violenza e scontri sono continuati, tanto da costringere migliaia di civili a fuggire dal paese alla ricerca di un posto più sicuro.

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L’azione di UNHCR

L’agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, l’UNHCR, ha chiesto il 22 dicembre insieme ad altri partner umanitari 156 milioni di dollari per sostenere i rifugiati che stanno scappando dal conflitto in Etiopia. Considerando che prima del conflitto tra il governo centrale e il Tplf c’erano già 850mila persone sul territorio etiope che necessitavano di assistenza umanitaria, la situazione è particolarmente complessa in quanto i nuovi profughi vanno a sommarsi all’emergenza precedente.

UNHCR ha stilato un piano per affrontare l’emergenza. La proiezione presente nel documento segnala che gli arrivi dall’Etiopia corrispondono in Sudan a circa 500 persone al giorno e stima a circa 115mila i rifugiati in fuga dal paese da novembre 2020 a giugno 2021 verso le destinazioni di Sudan, Eritrea e Djibuti, tutti stati confinanti con il paese. La maggior parte dei rifugiati però è prevista in Sudan, dove si stima arriveranno ben 100mila sfollati.

Chi sono i rifugiati e come si muovono

Il piano pubblicato da UNHCR spiega che molti profughi, all’arrivo nei centri costituiti dall’agenzia sul confine richiedono immediatamente cibo, acqua e generi di prima necessità, che UNHCR integra anche con dispositivi di protezione individuale per tentare di scongiurare anche la diffusione del Covid-19. UNHCR segnala anche un alto numero di minori non accompagnati in arrivo nei punti messi a disposizione per l’emergenza umanitaria, oltre a donne incinte e bambini. Alti sono anche i numeri dei malnutriti che arrivano nei campi, un dato che sottolinea come ciò da cui queste persone scappano sia anche l’assenza di cibo. Molti rifugiati hanno espresso il desiderio di rimanere vicino ai confini nazionali, in quanto in attesa di famigliari o spinti dal desiderio di ritornare alle loro case, e alcuni ai loro campi e allevamenti, il prima possibile. Ci sono poi coloro che scappano per ragioni politiche o etniche e per evitare il servizio militare obbligatorio e i rifugiati eritrei che erano presenti prima del conflitto nella regione del Tigrè.

Le Nazioni Unite segnalano che molti rifugiati arrivano ai campi esausti in quanto hanno dovuto camminare per diversi giorni, non avendo altre possibilità per spostarsi, oppure su barche di fortuna attraverso i fiumi. UNHCR sta cercando anche di organizzare mezzi di trasporto sicuri per lo spostamento delle persone. UNICEF infine ha rilevato ben 2,3 milioni di bambini bisognosi di assistenza nella regione del Tigrè, ai quali è difficile riuscire ad arrivare per via dell’interruzione delle comunicazioni.

 

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