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Il vino diventa “verde”: dai materiale di scarto nasce la cantina sostenibile

Architettura, geografia del territorio e viticoltura: sono queste le coordinate della nuova frontiera del vino. Una proposta che arriva dall’ambiente e dal design per realizzare con sistemi di energia rinnovabili prodotti da fonti rigenerabili. Da una progettazione disegnata sul territorio nascono le cantine “eco” ed ipogee, una nuova combinazione di pratiche e sistemi di allevamento e produzione, sintesi perfetta tra architettura e ingegneria agraria.

La cantina si converte alla sostenibilità, diventando un centro per la produzione del vino, ma anche un autosufficiente polo di trasformazione. Come? Con l’impiego delle energie riutilizzabili partendo dagli scarti dell’attività agricola, mettendo in piedi così un sistema biocompatibile ed autosufficiente. Si produce, in breve, il combustibile per il funzionamento dei mezzi destinati all’irrigazione dei campi.

Il vino dalla brown alla green economy

La tradizione e le consuete pratiche di coltivazione, produzione e trasformazione restano invariati alla base del lavoro in azienda. Ma una svolta è evidente. Dalla brown alla green economy, o più nota economia circolare. E quindi la cantina sostenibile fa rima con risorse rinnovabili e naturali che necessariamente si trasforma con l’inserimento di un’impiantistica del settore del fotovoltaico, dell’eolico e della geotermia. In più, se le fonti naturalmente a disposizione dovessero esaurirsi, dagli scarti arriva una soluzione: la combustione delle biomasse.

Al mantenimento dell’equilibrio del microclima, l’architettura fa leva su strutture edilizie ipogee o parzialmente interrate, purché siano naturali o realizzate artificialmente. Ciò che conta è una progettazione responsabile, con un orientamento ben preciso e rispondente a degli indicatori etici e ambientali. Aerazione, illuminazione naturale, termoregolazione con criteri di reazione e regolazione della temperatura interna della cantina sono tutti i processi sostenuti da materiali e sistemi ragionati, come l’utilizzo di pannelli solari, di sonde geotermiche o di impianti idrici di recupero delle acque e di materiali di riutilizzo derivati dagli elementi di scarto provenienti da filiera corta. Ma non solo. A queste si uniscono le energie rinnovabili ottenute da residui organici o da operazioni di potatura e di attività di cantina per la produzione di biogas.

Materiali di scarto come ricchezza

L’agricoltura avanzata mette le sue fondamenta nella biodinamica o della biologica, che in poche parole significa ridurre i consumi e i costi attraverso il recupero e il riutilizzo dei materiali di scarto. La ripartenza di una nuova prospettiva è quindi il chilometro zero che si pone alla base dell’attuale economia circolare e della filiera corta. Il settore dell’agroalimentare, dunque, avanza verso l’innovazione e l’autosufficienza Un reagente che riesce a cristallizzare la preoccupazione di una delle tematiche centrali di questa epoca, l’emergenza ambientale. E a questo si aggiunge segno meno, ma con una lettura positiva, agli sprechi e alle emissioni di CO2.

Dal giardino verticale isolato termicamente, attraverso le pareti della cantina, fino ai sistemi di accumulo e di ricircolo della risorsa idrica purificata per la ripartenza del processo produttivo. E come se non bastasse, laghetti artificiali con l’installazione di piante naturalmente predisposte alla fitodepurazione delle acque reflue, grazie all’azione pratica virtuosa delle specie vegetali e alla presenza di una serie di strati del terreno dove abitano microrganismi in grado di degradare le sostanze inquinanti. Un modo consapevole e ingegnoso per non sprecare l’acqua che, pare, ridurne realmente i consumi fino al 50%. In concomitanza, anche l’energia prodotta dalle biomasse a chilometro zero ne beneficia: l’acqua calda e i collettori solari riescono a dare luce elettrica ai locali e persino agli impianti fotovoltaici.

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