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Il trionfo del nazionalista Narendra Modi: cosa (non) cambia in India

Un trionfo per il premier indiano Narendra Modi. Che potrà quindi rafforzare le sue politiche gradite ai nazionalisti induisti con un mandato fortissimo. Con più che probabili conseguenze nel rapporto con la comunità musulmana, che ha infatti subito visto con preoccupazione l’esito delle urne.

Le elezioni in India consegnano dunque a Modi il miglior risultato possibile: la sua National Democratic Alliance (NDA) controllerà almeno 340 seggi sul totale di 542 del Congresso. Ma c’è di più: il Bharatiya Janata Party (BJP), il Partito popolare indiano, è sempre più autosufficiente per quanto riguarda la maggioranza rispetto al 2014, quando aveva eletto 282 parlamentari. Mancano poco meno di 100 seggi da assegnare e il BJP ha garantito 296 rappresentanti. L’opposizione dell’United Progressive Alliance (UPA), guidata dall’Indian National Congress (INC), è ancora ferma sotto la soglia dei 100 seggi. Tanto che, secondo Manindra Nath Thakur, docente all’Università Jawaharlal Nehru di Nuova Delhi, ha detto che non ci sarà “nessuna opposizione a Modi per i prossimi cinque anni”.

Quali conseguenze sull’India?

Le dimensioni della vittoria non possono passare inosservate. E quindi le conseguenze devono essere valutate con attenzione. Proprio per questo gli avversari di Modi e del suo BJP manifestano preoccupazione verso il consolidamento del nazionalismo indù a discapito delle minoranze, in particolare quella musulmana che rappresenta comunque oltre il 10% della popolazione. “Questa elezione dimostra che la campagna anti musulmana del BJP è riuscita”, ha raccontato ad Al Jazeera Faizan Zafar, un commerciante di Nuova Dehli.

C’è ovviamente anche un risvolto economico: la politica si orienterà sempre più verso una spinta ultraliberista, attenta a far aumentare il Prodotto interno lordo, prestando scarsa attenzione alla sostenibilità ambientale e ai diritti sociali. In termini di welfare la rotta è ben tracciata con privatizzazioni, tagli alla spesa pubblica e riduzione del potere dei sindacati in materia di lavoro. Iniziative già messe in atto negli ultimi anni. Tuttavia, Modi può vantare una crescita a ritmi vertiginosi: nel 2017 c’è stato un incremento del 6,6%. E secondo molte proiezioni entro i prossimi anni l’India sarà la terza potenza economica mondiale, dietro a Cina e Stati Uniti. Restano, comunque, delle disuguaglianze interne impressionanti: nel 2018 era solo in 130esima posizione nell’Human Development Index, l’indice sullo sviluppo umano che considera numerose variabili, comprese alfabetizzazione e attese di vita.

Cosa piace di Narendra Modi

Il primo ministro ha portato alla vittoria i nazionalisti nel 2014, esercitando una forte leadership e spingendo sul sentimento nazionalista degli indù. Una posizione politica che ha sfruttato l’indebolimento di Manmohan Singh: dopo 5 anni non ha perso smalto, anzi ha ampliato il grande consenso ottenuto. Il decisionismo di Modi era emerso anche negli anni in cui ha guidato lo Stato del Gujarat (dal 2001 al 2014), ottenendo una crescita economica imponente. Le accuse di aver messo sempre più da parte le minoranze religiose non hanno scalfito la sua immagine, anzi le crescenti tensioni con il Pakistan nella regione contesta del Kashmir hanno rafforzato il suo profilo. E Modi ha fatto di tutto per capitalizzare la situazione, mostrando i muscoli.

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