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Il superbowl: l’ “Evento” è in crisi

Il Superbowl, la finale del campionato di Football americano, l’essenza, il concentrato massimo di sport/show-business americano e non solo è in crisi. Due anni di presidenza Trump, di violenze razziste, di ingiustizie sociali portate agli estremi hanno convinto una parte della società americana, alcuni musicisti ed alcuni sportivi tra i più famosi a boicottare “l’Evento”.

Tutto cominciò da Colin Kaepernick che nel 2016 si inginocchiò durante l’inno nazionale come segno di protesta per il razzismo imperante negli Stati Uniti. Da allora la National Football League ha avuto grossi problemi di immagine perché gli inginocchiamenti si sono ripetuti nonostante le minacce di ritorsioni da parte della Lega. Ad oggi chi ha subito le conseguenze peggiori è stato proprio Kaepernick: è uno dei migliori quarterback in circolazione ma nessuna squadra ha proposto un contratto al giocatore.

Due gli elementi per corroborare questo discorso. I tanti atleti che in questi due anni si sono inginocchiati durante l’inno e le squadre che si sono rifiutate di andare alla Casa Bianca per il tradizionale ricevimento da parte del presidente americano con le squadre vincenti i più importanti campionati professionistici: football, baseball, basket, hockey.

E i musicisti. In genere già da molti mesi prima del Superbowl che si svolge l’ultima domenica di gennaio o la prima di febbraio, si conosce il nome di chi si esibirà nella mezz’ora di intervallo che è uno degli eventi televisivi più visti del mondo all’interno di uno degli eventi televisivi più visti al mondo. In passato solo per citarne qualche nome sono saliti sui palchi delle 52 edizioni sin qui giocate artisti del caibro di Madonna, Jennifer Lopez, Rolling Stones, Michael Jackson, Tina Turner, Bruce Springsteen, Prince, U2, Justin Timberlake, Lady Gaga, Coldplay, Beyoncé e Katy Perry, Rihanna e Jay-Z (che hanno declinato l’invito di quest’anno).

Quest’anno i primi nomi si sono avuti solo a metà gennaio: i Maroon 5  che appena dopo aver anunciato la notizia sono stati sommersi da una petizione online che ha chiesto al gruppo di Adam Levine di non presentarsi al Superbowl. Travis Scott, famoso rapper afroamericano, parteciperà allo show, ma per evitare polemiche ha subito detto che la NFL donerà 500 mila dollari ad un’associazione benefica che si occupa di ingiustizie sociali.

La stessa scelta di Atlanta some sede dall’atto finale dello sport più popolare d’America (il superbowl è quello più amato dalla classe operaia perché riproduce in campo lo schema della fabbrica con le sue specializzazioni molto ben definite, le mini unit che entrano in azione o in campo solo quando c’è bisogno di loro, i ruoli molto precisi) ha un senso chiarissimo in questo senso. Mascherata dalla NFL come la volontà di esibire uno degli ultimi gioielli della sua collezione di stadi perfetti per la fruizione dello sport, la Mercedes-Benz Arena, un impianto all’avanguardia, la città di Atlanta nella Georgia, è una metropoli del sud profondo che è stata a lungo considerata la capitale non ufficiale di l’America nera e una pietra angolare del movimento per i diritti civili.

Per dare un’idea di cosa stiamo parlando e perché in America una protesta di questo tipo fa così rumore in questa serata:  tra i 100 ed i 200 milioni di spettatori, stima al ribasso; tra i 5,1 e i 5,3 milioni di dollari per uno spazio da 30 secondi per spot creati appositamente per la serata del Superbowl ( e lo spazio televisivo è esaurito ha detto in settimana la CBS che ha i diritti della partita). Biglietti per la Mercedes-Benz Arena di Atlanta dove si giocherà la finale tra New England Patriots e Los Angeles Rams in vendita dai 2000 ai 20 mila dollari e dai quali si calcola di avere un guadagno superiore ai 100 milioni di dollari.

Eduardo Lubrano

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