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Il “suicidio” dell’Australia divorata dagli incendi

Una catastrofe che può essere la Chernobyl dell’Australia. Gli incendi che stanno martoriando il Paese trovano ormai un paragone drammatico. Non tanto (o comunque non solo) per il danno ambientale, che è di proporzioni gigantesche, ma anche per il monito che lancia: bisogna cambiare il modello produttivo e le politiche verso il clima. Perché l’attuale quadro è decisamente insostenibile.

Australia a gas e carbone

L’Australia è infatti arroccata su posizioni ultraconservatrici, con una consolidata trasversalità sul tema tra destra e sinistra. Essendo un grande esportatore di gas e carbone, le principali forze politiche non propongono soluzioni diverse. Così sul New York Times, lo scrittore Richard Flanagan racconta cosa può cambiare con quanto sta avvenendo in Australia e le scene apocalittiche che passano sui media. Ci sono migliaia di persone in fuga, avvolte in una nube arancione, alla ricerca disperata di uno sbocco sul mare proprio per scappare ai “tornado di fuoco” che inceneriscono tutto al loro passaggio.

Distrutti interi ecosistemi

I danni sono evidenti. “La gloriosa Grande Barriera Corallina sta morendo, le foreste pluviali – patrimonio dell’umanità – stanno bruciando, le gigantesche foreste di alghe sono in gran parte svanite, numerose città hanno esaurito l’acqua o stanno per farlo”, elenca Flanagan. Molte specie animali, secondo le previsioni degli esperti, potrebbero essere state completamente distrutte dagli incendi. Di sicuro ci sono le stime che parlano di mezzo miliardi di animali morti. 

Economia duramente colpita

I numeri sono indicativi dell’entità del disastro. Le fiamme hanno già bruciato circa 14,5 milioni di acri: un’area grande più di tre volte rispetto a quella che nel 2018 ha devastato la California. Canberra, capitale dell’Australia, nel giorno di Capodanno è stata la città più inquinata al mondo a causa del fumo che si è propagato nell’aria in seguito ai roghi. Ma lo stato di emergenza sta interessando numerose regioni, provocando pesanti difficoltà anche ai traporti. Intere vie di comunicazione sono state cancellate e diventa difficile addirittura l’approvvigionamento di cibo per alcune comunità. In maniera alquanto evidente, il sistema economico australiano subirà un duro colpo.

L’Australia e la politica negazionista

E cosa fa la politica? Flanagan esprime un giudizio severo: “La risposta dei leader, a questa crisi nazionale senza precedenti, non è stata quella di difendere il loro Paese ma di tutelare l’industria del carbone, che è un grande donatore per i principali partiti”. Due decisioni rendono lampante la posizione della politica rispetto agli eventi catastrofici. “Mentre gli incendi stavano esplodendo da metà dicembre, il leader del partito laburista, ora all’opposizione, ha fatto un giro nelle comunità di estrazione del carbone, esprimendogli il suo inequivocabile sostegno. 

Il primo ministro, il conservatore Scott Morrison, è andato in vacanza alle Hawaii”. Il premier, costretto al rientro dalle ferie, ha poi cercato di ridimensionare il problema degli incendi, evitando di definirli come un’emergenza. Tuttavia, circa un terzo della popolazione australiana sta vivendo direttamente problemi legati ai recenti roghi. Una quota vasta, che allarga le fila di chi chiede un netto cambiamento sulle politiche ambientali.

Il premier australiano, Scott Morrison

La Chernobyl australiana

Flanagan, nel suo articolo, propone un quesito, che risuona pure come una previsione: “Come ha osservato una volta Mikhail Gorbachev, l’ultimo leader dell’Urss, il crollo dell’Unione Sovietica iniziò con il disastro nucleare di Chernobyl nel 1986. Sulla scia di quella catastrofe, ‘il sistema come lo sapevamo divenne insostenibile’, scrisse nel 2006. Può quindi essere che l’immensa tragedia, ancora in atto degli incendi australiani, possa rivelarsi la Chernobyl della crisi climatica”.

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