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Il sogno infranto ad un passo da Trieste

Provate ad immaginare di farvela a piedi dalla Penisola Balcanica a Trieste, dieci, quindici, venti giorni, fra boscaglie, rocce, fiumi incontaminati di un territorio bellissimo. Ma non siete sportivi appassionati di trekking, no. Siete migranti, profughi, clandestini, e il paesaggio non ve lo godete di certo, non può che apparirvi ostile. Sì perché dovete superare fili spinati, le bastonate dei gendarmi, ed anche i denti di cani addestrati ad attaccare l’uomo. Se avete pagato un passeur  non avete più in tasca un centesimo. Se non avete un passeur dovete cavarvela da soli, confidando nel vostro Dio. Ma se sopravvivete al cammino rischiate, ad un certo punto, di affacciarvi sul ciglione carsico.

Una giovane coppia sognava un avvenire migliore e aveva abbandonato l’Algeria dopo aver affidato il figlio di 6 mesi ai nonni. Marito e moglie hanno evitato l’inferno libico e la  traversata sui barconi fatiscenti. Hanno intrapreso la lunga strada che aggira il Mediterraneo fino alla penisola balcanica che hanno risalito nel freddo inverno.  Finalmente, alle soglie dell’Anno Nuovo, dopo aver evitato le ronde slovene, sono emersi dai boschi del Monte Carso, nei pressi dell’ antica rocca di San Servolo, oggi Socerb in Slovenia, e si sono affacciati dal ciglione carsico. Davanti a loro splendevano le luci di Trieste adagiata sul mare: il peggio era passato. Speravano di poter raggiungere i parenti, pare in Spagna. Era di notte, lui ha messo un piede in fallo ed è precipitato dal costone di roccia alto 20 metri. Il sogno e la speranza si sono sfracellate sulle rocce.

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I migranti scendono dall’altopiano verso la città in piccoli gruppi dopo essersi dati nel bosco un’ultima ripulita. Ma in genere sono tutti con i piedi mal ridotti, con vesciche e tagli che facilmente si infettano. Ebbene in questa Trieste che ha fama di essere chiusa e scontrosa, un gruppo di una decina di persone interviene per aiutare chi arriva. Sono donne in prevalenza ma anche uomini. Si sono autodenominati ”Il gruppo cura”. Li trovi nella grande piazza con giardino che si chiama, neanche fosse un destino, Piazza Libertà, davanti alla Stazione, ad offrire scarpe e indumenti, sacchi a pelo e panini, te caldo, qualche dolce. Ma puoi sorprenderli anche mentre compiono un altro gesto concreto e più fortemente simbolico: la lavanda dei piedi. Mani delicate e pietose detergono i piedi gonfi ed escoriati, li medicano per cento piccole ferite dolorose. Si direbbe un atto francescano se non si temesse di precipitare nella retorica. C’è chi guarda incredulo, chi fotografa con l’immancabile smartphone. Su una panchina una giovane si passa lo smalto rosa sulle unghie dei piedi lavati e medicati: è arrivata ieri con il marito e il figlio di dieci anni dal lontanto Tajikistan. Ora che è salva insieme ai suoi può riprendersi la propria femminilità. Passano vigili urbani, polizia e carabinieri. Guardano, osservano, vanno via. Uno di loro si lascia sfuggire che va bene così.

 

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