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Il rapporto Brutland

Gli adolescenti in tutto il mondo muoiono di meno. E questa è una buona notizia per lo sviluppo sostenibile: tutti quelli che ne parlano fanno riferimento alle generazioni future “per i nostri figli o nipoti” dicono. D’altronde la stessa definizione di sviluppo sostenibile – quella del rapporto Brutland da cui tutto è nato –  non lascia spazio ad altre interpretazioni: “Lo sviluppo sostenibile, lungi dall’essere una definitiva condizione di armonia, è piuttosto processo di cambiamento tale per cui lo sfruttamento delle risorse, la direzione degli investimenti, l’orientamento dello sviluppo tecnologico e i cambiamenti istituzionali siano resi coerenti con i bisogni futuri oltre che con gli attuali“. Ma basta il fatto che siano vivi?

Ragionevolmente il futuro cui oggi si fa riferimento viste le condizioni ormai al tracollo del Pianeta Terra è quello nel quale di qui ai prossimi dieci-quindici anni gli adolescenti di oggi saranno o dovrebbero essere  nelle posizioni di guidare i Paesi del mondo. E secondo la rivista The Lancet oggi abbiamo la più vasta generazione di adolescenti che si sia mai registrata sulla Terra: circa 1,2 miliardi per persone tra i 12 ed i 18, il 18% per cento della intera popolazione mondiale. Ed è per questo che bisogna non sprecare questo capitale umano straordinario, scrivono gli autori dell’articolo “Inequities in adolescent and young adult deaths”  Disuguaglianze nelle morti di adolescenti e giovani adulti”.

“Sulla scia dei guadagni duramente conquistati nella sopravvivenza infantile nella maggior parte del mondo, ora abbiamo la più grande generazione di adolescenti nella storia dell’umanità. Questo dimostra l’importanza di realizzare il potenziale dei giovani di partecipare a plasmare il futuro e di contribuire alle comunità di cui fanno parte. Questo potenziale, tuttavia, non si realizzerà semplicemente essendo vivi. Dobbiamo considerare le opportunità e le minacce che influenzano il benessere e l’azione dei giovani in questa fase cruciale dello sviluppo umano”.

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Eredità??

Cosa lasciamo in eredità a questi adolescenti? Nel senso che viene dato a questa parola, in genere positivo, ben poco. Il fallimento della Cop26 di Glasgow che Stefano Iannaccone ci ha qui raccontato, è un altro pesante fardello che lasceremo ai nostri figli o nipoti. Qualche dato per inquadrare alcune sfide che dovranno affrontare. Le attività umane emettono nell’atmosfera 33 milioni di tonnellate di Co2 all’anno, nel 1990 erano 22 milioni.

Sempre rispetto al 1990 l’innalzamento delle acque dei mari procede di 4,4 millimetri all’anno quando 30 anni fa era di 3,3 millimetri. Dal’90 abbiamo perso 420 milioni di ettari di foreste ed il 68% della popolazione di animali selvatici. Per non parlare del fatto che sembra certo che entro il 2030 avremo superato la soglia di 1,5° di innalzamento della temperatura.  Certamente ci sono delle cose positive: già il fatto di essere così documentati su cosa sta accadendo dovrebbe essere un punto di partenza formidabile per provare a rimediare. E poi c’è la questione di partenza: un tasso di mortalità in certe fasce di età che è diminuito grazie al progredire della medicina. Anche se la pandemia ha alterato tutti i valori, quello rimane. Però, avvertono gli esperti di The Lancet, non bisogna abbassare la guardia perchè se da un lato la medicina guarisce, dall’altro aumentano casi di morte sui quali i medici non possono intervenire.

…I risultati confermano le transizioni epidemiologiche globali, con una diminuzione della mortalità per tutte le cause e riduzioni sostanziali delle cause di morte trasmissibili e materne (la morte di una donna durante la gravidanza o entro 42 giorni dal suo termine, indipendentemente dalla durata e dalla sede della gravidanza, per qualsiasi causa legata o aggravata dalla gravidanza o dal suo management, ma non per cause accidentali o incidentali, ndr). Inoltre, le lesioni involontarie, la violenza interpersonale e le autolesioni sono diventate le principali cause di mortalità nella maggior parte delle regioni. Le variazioni nei risultati di mortalità stanno aumentando per gruppo di età, sesso, regioni geografiche e paesi. La diminuzione complessiva del numero di morti tra le femmine tra i 10 e i 24 anni dal 1950 è stata doppia rispetto a quella dei maschi (30-0% contro 15-3%), ma le cause trasmissibili e materne dominano i profili di mortalità delle femmine nell’Africa sub-sahariana e nell’Asia meridionale, anche nel 2019. Inoltre, le disuguaglianze geografiche nei tassi di mortalità erano fortemente associate ma non completamente spiegate dallo sviluppo socioeconomico dei paesi.

Le minacce alla salute degli adolescenti e dei giovani adulti, la cui distribuzione è sempre più disuguale e specifica del contesto, sottolineano l’urgenza di rafforzare sia il settore sanitario che l’azione intersettoriale a livello nazionale. È urgente occuparsi dell’agenda incompiuta delle malattie trasmissibili, rafforzare i programmi sanitari scolastici e i servizi sanitari adatti agli adolescenti, investire in interventi strutturali per affrontare le vulnerabilità alla commercializzazione e al cambiamento climatico e affermare i diritti sessuali e riproduttivi delle ragazze adolescenti.

Le statistiche sulla mortalità danno l’impressione di obiettività e legittimità come indicatori affidabili che informano le politiche a livello globale e nazionale. Come notano gli autori, tuttavia, l’accesso ai dati primari è limitato, specialmente in contesti con scarse risorse. Le disuguaglianze nei risultati di mortalità all’interno dei paesi in base all’indigenità, all’etnia, alla residenza urbana e rurale, e così via, non rientravano nell’ambito di questo studio, eppure sono fondamentali per la definizione di politiche nazionali efficaci. Le analisi della mortalità non possono rivelare gli effetti conseguenti dei problemi di salute mentale, della violenza domestica e sessuale e delle norme patriarcali che, combinati con la scarsità di accesso ai servizi chiave, impediscono alle ragazze e ai ragazzi adolescenti di prosperare in modo diverso. Oltre il periodo dello studio, la COVID-19 ha invertito i guadagni di sviluppo duramente conquistati e i progressi nei determinanti strutturali, con enormi ramificazioni di genere per il benessere dei giovani. Collettivamente, questi effetti gettano i semi per disuguaglianze, traumi e malattie che durano tutta la vita“.

 

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