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Il processo a Bashir e il nuovo corso in Sudan

La fine di un’epoca sanguinosa e dolorosa per il Sudan. E che difficilmente può essere messa alle spalle senza traumi, nonostante il recente accordo siglato tra i militari di Khartoum e l’opposizione che chiede l’avvio di un percorso di riforma democratica. L’inizio del processo Omar Hasan Ahmad al-Bashir, 75 anni, rappresenta certamente una svolta per il Paese, che sin dalla sua indipendenza ha vissuto brevi fasi democratiche interrotte da una serie di colpi di Stato. Come quello che, nel 1989, aveva portato al potere proprio al-Bashir, entrato tragicamente nella storia per aver ordinato il genocidio nel Darfur. Il dittatore deposto è accusato dalla Corte penale internazionale (Cpi) dell’Aia di crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio. Tuttavia, l’ex presidente sudanese ha sempre evitato di finire alla sbarra. E ora si trova sotto processo solo con l’accusa di corruzione, visto che nella sua abitazione sono stati ritrovati 113 milioni di dollari probabilmente arrivati dall’Arabia Saudita. 

L’ex presidente Omar al Bashir

Il Sudan e la tragedia del Darfur

Il Sudan, storica colonia britannica, ha ottenuto l’indipendenza nel 1956. Ma sin da subito iniziarono le ribellioni nel Sud del Paese, scontri che si sono protratti fino all’indipendenza del Sud Sudan ottenuta definitivamente nel 2011. Già nel 1958 c’è stato il primo colpo di Stato e la sospensione della Costituzione democratica. Ibrahim Abboud, ideatore del golpe, ha detenuto così il potere, fino al 1964 quando il suo regime è stato abbattuto. Uno dei presidenti più longevi (prima di al-Bashir) è stato Giafar en-Numeiri, giunto al potere con un altro colpo di Stato nel 1969. Il suo regime, di ispirazione socialista, aveva comunque dato segnali di distensione: dopo pochi anni i prigionieri politici furono liberati, dando inizio un processo di riconoscimento dell’autonomia delle regioni meridionali.

Giafar en-Numeiri è stato deposto dall’ennesimo colpo di Stato, nel 1985, quando è iniziata una fase di nuove rivolte nel Sud del Paese. Nel 1989 è arrivato al potere il generale al-Bashir, che nel primo decennio di comando del Sudan ha dovuto affrontare gli scontri dei ribelli del Sud fino all’accettazione di colloqui di pace e alla concessione dell’autonomia, arrivata definitivamente solo tra il 2003 e il 2004 e sancita dal referendum sull’indipendenza del 2011. Ma il suo trentennale governo è macchiato di sangue in maniera indelebile: il sangue delle vittime del Darfur, provincia occidentale del Sudan. Secondo le stime delle Nazioni Unite sono morte almeno 400mila persone per malattie e carestie, a cui si aggiungono altre 300mila per violenze.

Il conflitto è iniziato nel 2003 con l’attacco dei guerriglieri rivoltosi del Fronte di Liberazione del Darfur (Fld) a un quartier generale dell’esercito sudanese. I controattacchi dei Janjaweed, milizani filogovernativi, alle popolazioni locali hanno rappresentato il punto di non ritorno della guerra. I Janjaweed, combattenti che si spostano a cavallo, sono stati affiancati da gruppi paramilitari, assaltando i villaggi dei civili costretti alla fuga verso il Ciad.

Al confine ci sono stati anche degli scontri tra l’esercito di N’Djamena (capitale del Ciad) e i Janjaweed, tanto che è stata necessaria una prima tregua nel 2004, che ha retto pochi mesi: le tensioni sono proseguite con incursioni delle milizie sudanesi in territorio ciadino, aprendo un altro fronte di guerra. I massacri nel Darfur sono andati avanti con una pulizia etnica che non ha risparmiato nemmeno bambini e neonati. L’intervento delle Nazioni Unite, guidate dal Kofi Annan, ha cercato di limitare la catastrofe umanitaria. Ma nella regione gli scontri non sono mai del tutto cessati, registrando solo una diminuzione dell’intensità del conflitto.

Un campo profughi in Ciad

La fine di al-Bashir

Al-Bashir ha sempre respinto le accuse di genocidio nel Darfur, descrivendosi come una vittima dell’Occidente, ritenuto responsabili dei veri genocidi del XX Secolo. Il suo regime sarà ricordato anche per le posizioni religiose alquanto integraliste: è ritenuto connivente con i movimenti islamisti terroristi. Nel 1991 ha fatto adottare la Sharia, la legge basata sul Corano, a conferma delle sue posizioni integraliste. Inoltre, in Sudan, negli anni Novanta, è stato ospitato per un periodo anche il fondatore di Al Qaeda, Osama Bin Laden, che ha ispirato l’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001.

Le politiche di al-Bashir hanno fatto inevitabilmente inserire il Sudan nell’elenco dei Paesi considerati sostenitori di organizzazioni terroristiche di matrice jihadista. Ciononostante, e in spregio al mandato di cattura della Cpi (anche grazie al sostegno dell’Unione africana sulla vicenda), Bashir ha continuato a guidare il Sudan. Tuttavia, l’ex presidente non è riuscito a reggere l’urto delle proteste del 2019. Ad aprile è stato deposto dopo il sesto giorno di manifestazioni con la giovane Alaa Salah, diventata simbolo della piazza anti-regime. L’intervento dei militari ha portato all’arresto di tutti i componenti del governo e all’avvio di una fase di transizione, che nei giorni scorsi ha portato a una prima preziosa intesa. Così il processo iniziato per Bashir ha avuto un valore simbolico ancora più importante.

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