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Il pane della pace: una storia di sviluppo che parte dal grano

Il pane come strumento di pace. Sfruttando le terre fertili e le nuove tecnologie a disposizione. Perché grazie alle coltivazioni di grano, e alla produzione di pane appunto, viene contrastata la fame, la povertà e il rischio di conflitti. Con un vantaggio ulteriore: aumentano i posti di lavoro. Il progetto, avviato dall’Undp (il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo) in Sudan, Paese con migliaia di rifugiati e flagellato da una situazione politica complicata, ha ottenuto una serie di obiettivi importanti. Favorendo la possibilità di irrigazione dei campi ed evitando di fatto le proteste per la mancanza dei beni alimentari primari. Un bignami degli Sdgs, i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile, fissati dall’Onu.

“Il governo ha lavorato per espandere la coltivazione del grano, ma la domanda supera ancora l’offerta”, ha ammesso Selva Ramachandran, rappresentante dell’Undp in Sudan. “Con i canali di irrigazione e la moderna tecnologia agricola – ha comunque aggiunto Ramachandran – stiamo testando dei modi per aumentare la produzione interna in altri luoghi colpiti da conflitti. L’obiettivo è di creare posti di lavoro, favorire la pace e migliorare l’approvvigionamento alimentare”.

Pane contro la disoccupazione

Un gruppo rifugiati sudanesi
Foto di CANDICE CANDICE da Pixabay

Il progetto è stato così portato avanti: per far fronte alla carenza di cibo e alla disoccupazione, c’è stata l’assunzione di una forza lavoro di quasi 1.400 lavoratori e agricoltori. Lo scopo? La coltivazione del grano. Così altre 2.700 famiglie hanno fornito attrezzature e formazione per sviluppare piccole fattorie familiari. L’iniziativa ha anche offerto l’opportunità di rafforzare i legami tra i gruppi di sfollati e le comunità ospitanti, affrontando in maniera diretta le tensioni su risorse e mezzi di sussistenza.

L’Undp, in questo progetto, ha sviluppato 46 chilometri quadrati di nuovi terreni agricoli, alimentati da 86 chilometri di canali appena scavati o riabilitati dal Nilo Bianco, garantendo la crescita di colture che – come il grano – richiedono acqua. La produzione è stata 202,5 ​​tonnellate di grano al primo raccolto. Ma già si punta più in alto: con ulteriori piantagioni agricole, prima della prossima stagione del grano, il progetto vuole raddoppiare la quantità per il secondo raccolto. E gli effetti sarebbero eccellenti con l’aggiunta di altri posti di lavoro e la crescita del reddito.

Terreno fertile e sostenibilità

Una vista del Nilo in Sudan
Foto di Konevi da Pixabay

Il Sudan sta dunque valorizzando quello che è un suo punto di forza: un terzo delle sue terre è adatto all’agricoltura, grazie al Nilo Bianco che le rende fertili. Tuttavia, spesso occorre lo sviluppo, su tutti l’accesso all’acqua, per ottimizzare la produttività. Per gli strumenti necessari al progetto, è dunque arrivato un prezioso supporto dall’estero. L’agenzia svedese di cooperazione allo sviluppo internazionale e il governo dei Paesi Bassi hanno inviato forniture di attrezzature agricole: trattori, rimorchi, trebbiatrici, pezzi di ricambio. E hanno quindi consentito a migliaia di agricoltori sudanesi di seminareil grano e altre produzioni agricole.

“Aumentare la produzione di terra e cibo utilizzabile, creare posti di lavoro e catene del valore, sono tutti elementi fondamentali per la ripresa economica”, ha sottolineato Srinivas Kumar, uno degli alti funzionari dell’Undp in Sudan. “Ma se non risulterà sostenibile a lungo termine – ha aggiunto – avremo fallito. Per questo con gli esperti locali e le giuste partnership siamo certi che gli agricoltori possano dare un contributo sostanziale alla carenza di pane locale e ai mezzi di sussistenza della loro comunità”.

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