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Giuseppe Conte

Conte si scopre pacifista spinge il Movimento sulle barricate

Il pacifismo di Giuseppe Conte va ora a tutto gas. Che quando si parla di Russia è sempre tema delicato e controverso. Il Movimento 5 Stelle è ormai sulle barricate, l’ex avvocato del popolo è diventato, come dicono i suoi detrattori, un “Di Battista con la pochette”.

Il Conte pacifista

I toni sono quelli barricaderi dell’ex deputato romano, ma con il look impeccabile che ha oggettivamente caratterizzato il nuovo leader pentastellato. Un mix che piace tanto addirittura a Beppe Grillo, proprio l’ex comico che dava dell’incapace a Conte meno di un anno fa, sostenendo che non aveva “visione”, “esperienza”, né tantomeno “capacità di innovazione”. È bastato un rewind ed ecco fatto: adesso Conte si è trasformato in un leader perfetto per il M5S. Addirittura il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, da sempre rivale dell’avvocato, aggira qualsiasi polemica personale, si sistema sulle posizioni più gradite al leader, lasciando qualche gorgoglio di malumore ai suoi fedelissimi in Parlamento. Ma è poca roba rispetto al duello che tanto infuocava gli animi movimentisti nei giorni dell’elezione del Capo dello Stato.

La “scissione” o il “congresso” sono tutte chincaglierie congelate dalla guerra in Ucraina e in conseguente avvento del Conte pacifista. E dire che si tratta della stessa persona che nel settembre 2018 autorizzava, d’intesa con il leader della Lega Matteo Salvini, la possibilità per gli italiani di avere più pistole e fucile in casa. A patto di possedere una regolare licenza, ovviamente. Bazzecole, evaporata dal dibattito smemorato della politica italiana. Il tempo tutto monda, bastano pochi mesi per cancellare qualsiasi traccia delle vecchie posizioni, figurarsi anni interi. Del resto Vito Petrocelli, oggi destituito con grande onta dalla presidenza della commissione Esteri al Senato, non era null’altro che il depositario del vero pensiero grillino degli esordi.

Da leader progressista a doppiofornista

Conte Salvini

Giuseppe Conte al Senato (Credit: Screenshot da video del Senato)

Ma così il Movimento 5 Stelle si allontana dal “campo largo” immaginato dal Partito democratico di Enrico Letta, quell’alleanza progressista in cui Conte diceva di vedersi. Addirittura, in un impeto esagerato, l’ex leader del Pd, Nicola Zingaretti, un “punto di riferimento” per il progressismo Made in Italy. Immaginandolo candidato alla presidenza del Consiglio di una coalizione di centrosinistra, a trazione pentastellata. Altri tempi, anche in questo caso.

Adesso Conte viene esaltato dai bersaniani, come testimoniato dall’ovazione udita all’ultimo congresso di Articolo Uno (il partito di Roberto Speranza), ma occhieggia anche con Salvini quando si tratta di complicare la vita al governo Draghi. In fondo l’esecutivo dell’ex capo della Bce resta indigesto a entrambi. E in nome della sempre viva tentazione doppiofornista, il M5S studia come tenersi le mani libere. Magari con una bella legge elettorale per correre da soli e scoprire il fascino del grillismo duro e puro, con tanto di riscoperta del pacifismo. Il tutto fiaccato, però, da cinque anni di governo con tutti i partiti. Per cui sarà difficili fare i barricaderi, con o senza pochette.

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