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Nobel World Food Programme

Il Nobel alla sostenibilità: ecco cosa fa il World Food Programme

Un Nobel per la Pace assegnato alla sostenibilità. È questo, in sintesi, il senso del riconoscimento attribuito al World food programme (Wfp), l’agenza delle Nazioni Unite, con sede a Roma. Un’organizzazione che combatte la fame nel mondo, ossia uno dei cardini dei 17 Sdsg, gli obiettivi di sviluppo sostenibile fissati dall’Onu. “In tempi di pandemia il World Food Programme ha dimostrato incredibili capacità nella lotta contro la fame nel mondo”, si legge nella motivazione della giuria che ha assegnato il Nobel.

Ma cosa fa il World food programme? L’impegno è quello di arrivare alla fame zero, #zerohunger. “Ogni giorno, troppi uomini e donne in tutto il mondo faticano a sfamare i propri figli con un pasto nutriente”, spiega il sito dell’agenzia. “In un mondo in cui si produce cibo sufficiente per sfamare tutti, 690 milioni di persone – una su nove – vanno ancora a letto a stomaco vuoto. Un numero ancora superiore, vale a dire una persona su tre, soffre di qualche forma di malnutrizione”, sottolineano dal Wfp.

Dunque, il progetto è quello di “eliminare la fame e la malnutrizione”. Anche perché “fra le conseguenze di un’alimentazione scarsa, o sbagliata, non ci sono solo sofferenze e danni alla salute, ma anche un progresso più lento in molte altre aree di sviluppo, come l’istruzione e il lavoro”, ribadisce ancora il World food programme.

World food programme: i cinque passi verso la Fame Zero

Il Wfp ha indicato i cinque passi verso la Fame zero: in cima alla lista c’è la necessità di “mettere gli ultimi al primo posto”. Un radicale cambio di prospettiva. In pratica, secondo l’agenzia, i “governi nazionali devono espandere gli schemi di protezione sociale ai più vulnerabili. Questa opportunità di equa crescita economica porterebbe ad un aumento del potere d’acquisto dei 2 miliardi di persone tra le più povere”. Il secondo elemento in agenda è il passaggio “dalle fattorie ai mercati”. Il World food programme vuole garantire che “ci sia cibo nutriente ed economicamente accessibile per tutti, in un mondo che conta 7 miliardi di persone”. Il terzo punto in agenda è la riduzione dello spreco di cibo, dato che “un terzo dei 4 miliardi di tonnellate di cibo che si producono ogni anno va sprecato, con un costo per l’economia globale di circa 750 miliardi di dollari l’anno”.

C’è poi lo sforzo per “incoraggiare una varietà sostenibile di colture”. Il motivo è semplice: “Nel mondo, oggi, quattro colture (riso, grano, mais e soia) rappresentano il 60 per cento di tutte le calorie che si consumano”. E il quinto passo, ultimo solo in ordine cronologico, è di dare priorità alla nutrizione, soprattutto ai bambini nei primi mille giorni dalla nascita. “Niente è più importante nello sviluppo di un bambino di una buona salute e di una buona nutrizione, specialmente nei primi 1.000 giorni di vita (dal concepimento ai due anni)”, ribadiscono dall’agenzia dell’Onu. 

Il fronte del Covid

Il nuovo fronte della battaglia contro la fame è quello della pandemia, espressamente citata nella motivazione per l’assegnazione del Nobel. L’impoverimento globale, causato dalla contrazione delle economie, può favorire l’aumento della fame nel mondo. Il Direttore esecutivo del World Food Programme(WFP), David Beasley, ha invitato, già nelle scorse settimane, la comunità internazionale a continuare a sostenere le azioni atte ad impedire che la pandemia di coronavirus spinga milioni di persone verso la fame.

“La battaglia è tutt’altro che finita, i 270 milioni di persone che possono essere a un passo dalla fame hanno bisogno del nostro aiuto oggi più che mai”, ha scandito Beasley, che ha sollecitato uno sforzo comune: “L’umanità sta affrontando la più grande crisi mai vista da nessuno di noi nella nostra vita. È tempo che chi ha di più si faccia avanti, per aiutare coloro che hanno meno in questo momento straordinario della storia del mondo”.

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