Back
foiba di Basoviza

“Il Giorno del Ricordo”: per ricordare la verità

Il 10 febbraio è il “Giorno del ricordo” istituito dalla Repubblica Italiana con lo scopo di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale.

Ma a Trieste è ancora e sempre un giorno divisivo che contraddice ogni eventuale scopo pacificatorio dell’istituzione. Il fatto è che la tragedia del confine orientale è diventata, fin dal primo dopoguerra, la bandiera di quella destra erede del fascismo che tale tragedia ha provocato.

A Trieste il giorno del ricordo si è trasformato, ormai da tempo, nel giorno dell’orgoglio fascista e nazionalista in cui alla foiba non foiba di Basovizza, consacrata come monumento nazionale, tra le mani tese nel saluto romano garriscono bandiere e gagliardetti della RSI, della Xmas, dei Battaglioni Mussolini, delle Brigate Nere, dopo che si è voluta imporre come “Storia” l’ipotesi che nel pozzo ci siano migliaia di vittime, italiani colpevoli solo di essere italiani.

A Basovizza il sacrario vuole essere l’emblema della tragedia delle foibe divenuta patrimonio della coscienza storica nazionale.

Ma c’è un problema. Almeno per chi auspica una storia priva di strumentalizzazioni.

Qual’è il problema?

Il lettore, se ne ha voglia, nel racconto “Il negazionista” vincitore il Premio Letterario Zeno, può venire a conoscenza del problema che sistematicamente ( in buona fede o no) viene ignorato ad ogni celebrazione.

 

IL NEGAZIONISTA

di Leandro Lucchetti

vincitore il Premio Letterario Zeno

 Il giorno prima del giorno in cui sono morto me ne stavo al caldo del Caffè San Marco con il mio amico Alessandro, compagno di scuola dei tempi del liceo classico Dante Alighieri. Vecchi tempi passati da un bel po’ dato che siamo due ultasettantenni pieni di acciacchi. Fuori il febbraio triestino pizzicava duro, dentro, seduti ad uno dei tavolini di marmo, abbiamo bevuto un “capo”: sarebbe un cappuccino in tazza piccola da caffè espresso.

-Ma perché ti sei fissato con questa storia?- mi ha chiesto Alessandro.

Lui è un avvocato che ancora esercita, io sono in pensione dopo oltre trent’anni di programmi culturali alla RAI, Radiotelevisione Italiana. Lui è sempre stato fascista, nel MSI in gioventù, poi nel partito di Fini, assessore comunale per un lungo periodo, oggi contrario alla linea che definisce morbida di Fratelli d’Italia e vicino ai sovranisti di Storace. Io ho sempre votato Partito Comunista o un partito che avesse la falce e martello nel suo simbolo. La nostra amicizia non è mai venuta meno, ci stimiamo reciprocamente. Io so che lui è una brava persona, mite e gentile, che non farebbe male a una mosca. Lui, credo, pensa la stessa cosa di me e sa che non ho mai mangiato bambini.

-La foiba di Basovizza è un simbolo…- ha detto -E’giusto ricordare quei morti!

-Ma ci sono?- ho chiesto.

-Ci sono, ci sono! Lo sanno tutti che ci sono!

Il San Marco è un caffé storico di Trieste che risale al periodo asburgico: imita nell’arredamento e nelle decorazioni i caffè della Venezia del settecento. Tutti gli esponenti della cultura cittadina si sono seduti ai suoi tavoli. Adesso è anche ristorante e i banchi di una libreria occupano parte del locale. Sui tavolini di marmo molti leggono, c’è chi studia, chi lavora al computer.

-Lo sanno tutti per sentito dire! Ma le prove? Dove sono le prove?

Questa mia affermazione con domanda ha provocato un moto di fastidio nel mio amico Alessandro.

-Finirai col metterti nei guai…- ha detto, un poco scocciato.

-Perché? Siamo in democrazia, no? Non posso esprimere una mia opinione?

Alessandro ha guardato il suo orologio.

-Ho un appuntamento…bisogna che vada!

Ho avuto la sgradevole impressione che non fosse vero. Avrei voluto dirglielo mentre si alzava ma non gliel’ho detto.

-Allora paga i caffè!- ho detto invece.

-Va bene!

Ha fatto per dirigersi alla cassa. Adesso qui vige questa usanza: non si paga al cameriere ma si va direttamente alla cassa con lo scontrino in mano.

-Lo scontrino!- gliel’ho porto dal momento che lui se l’era dimenticato. Lo ha preso e tenuto come se non sapesse cosa farci, ha esitato e si è chinato su di me, preoccupato.

-Ti metti contro tutta la città! Rischi che qualcuno ti aspetti per strada e ti dia un fracco di botte!

Qualcuno di quelli che la pensano come te? Ho avuto la tentazione di domandargli questo…ma non l’ho fatto, Alessandro non se lo meritava.

-Va a pagare, va…- gli ho detto.

 

Il giorno avanti, 10 febbraio, era il Giorno del Ricordo.

«La memoria della tragedia degli Italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’ esodo degli Istriani, dei Fiumani e dei Dalmati durante la seconda guerra mondiale e nell’immediato secondo dopoguerra (1943-1945), e della più complessa vicenda del confine orientale», come recita il farraginoso decreto.

Ero salito in macchina a Basovizza dove alle dieci del mattino si teneva la consueta commemorazione.

Sotto il cielo grigio, un mare di penne nere sul cappello ondeggiava per la Bora e un muro di labari verdi delle associazioni di Alpini in congedo, che erano arrivate da tutta Italia, veniva preso d’infilata dai refoli. Vecchi Alpini che l’amor di patria aveva felicemente costretti, accompagnati dalla famiglia, a presenziare sulla triste spianata nei pressi di Basovizza dove c’ è la foiba monumento nazionale che però non è una foiba.  Per la verità sventolavano ieri, come sempre ad ogni ricorrenza, anche tricolori con lo stemma sabaudo e pure quelli con l’aquila fascista della RSI nonché gagliardetti della X Mas, del Battaglione “Fulmine”, dei Bersaglieri “Mussolini”. Forse, fra gli Alpini, c’erano anche quelli camicie nere della Divisione “Monterosa” e del Reggimento Volontari “Tagliamento” ma non mi andava di andare ad indagare fra i labari verdi se c’erano anche quelli degli Alpini della RSI. Nel Giorno del Ricordo siamo tutti figli della stessa Patria e si celebra la civiltà italica contro la barbarie slava, il tricolore vittorioso sulla stella rossa, la tragica morte di Italiani colpevoli solo di essere Italiani.

Una voce di circostanza gracchiava dall’altoparlante: “Graziano Umidei, prelevato il 12 maggio 1945, di lui non si è mai saputo più niente: presumibilmente infoibato!”. L’elenco, pur sempre incerto, degli infoibati si era esaurito nelle ricorrenze precedenti e si era passati a conferire medaglie ai parenti dei presunti. Ha ritirato la medaglia un’anziana signora, indicata come nipote del presunto. Un trombettiere suonava il silenzio, il picchetto di Lancieri di Montebello scattava sull’attenti con le lunghe lance, l’ultima della fila era una donna, piccola di statura, goffa sotto il mantello, incongrua rispetto alla lancia che reggeva, alta tre volte lei, ancor più difficile reggerla sotto i colpetti traditori del vento.

Non poteva mancare la suggestione della Messa al campo officiata dal Vescovo, il quale nell’omelia ha ribadito che il Giorno del Ricordo è un giorno sacro e che non si può né si deve dimenticare l’atrocità delle foibe, frutto dell’ odio dei comunisti senza Dio. Poi ha detto, allargando le braccia: “La pace sia con voi!”. Forse c’era una piccola contraddizione oppure ero io che cercavo il pelo nell’uovo? E via tutti a fare la Comunione, alcuni e alcune con la bandiera della RSI in mano o con il gagliardetto della X Mas. Intanto un giovanotto grassottello in camicia nera con fez se ne stava in disparte, uomini e donne gli si accostavano con aria vagamente furtiva e lui, altrettanto furtivo, faceva uscire da uno zaino foto di Mussolini in varie pose e le distribuiva come fossero santini, infatti incassava oboli a discrezione.

 

Il mio amico Alessandro diceva che ero fissato. Magari aveva ragione. Ma quand’ è che m’era nata ‘sta fissazione?

Forse proprio il 30 marzo 2004 quando “Il Giorno del Ricordo” fu istituito con la paternità del rappresentante triestino di Alleanza Nazionale a Montecitorio, in gioventù ras del covo missino di via Paduina, base dei picchiatori neri.

Era ancora viva mia moglie Mira che era figlia di una partigiana triestina che aveva combattuto nelle file del IX Korpus dell’Esercito di Liberazione Jugoslavo.

-Meno male che mia madre è morta prima di dover ingoiare questa indecenza!- aveva detto con amarezza.

-Ricordo un cazzo!- aveva aggiunto lo zio Marko, fratello di sua madre, sputacchiando senza dentiera, ormai ultraottantenne, lui che era stato nella Brigata Proletaria -Ricordano solo quello che gli fa comodo!

Eh, sì…il punto era proprio quello. Ricordare vuol dire memoria, una virtù che tutti hanno, almeno finché il cervello funziona. E dunque perché no un giorno dedicato al ricordo per gli esuli che avevano abbandonato l’Istria, Fiume e la Dalmazia, per i loro figli e nipoti. E pure il ricordo delle vittime delle foibe, perché no? Tutti hanno diritto di ricordare e di essere ricordati… però bisogna fare le cose seriamente, bisogna che si ricordi “tutto”, i fatti prima, durante e dopo, e non solo quello che ci fa comodo ricordare con il vizio di misurare gli avvenimenti secondo i pregiudizi personali e le proprie convinzioni politiche.

Una volta, discutendo con un esule di Montona, dissi che si trattava di onestà intellettuale. Quello mi guardò con compassione.

Ti son mona sul serio o per finta?– mi chiese e si chiese.

In aggiunta poi c’era il piagnisteo autoassolutorio del mantra “italiani colpevoli solo di essere italiani” come se gli italiani non fossero stati partecipi del fascismo, anzi come se col fascismo non avessero avuto niente a che fare, come se il fascismo non avesse fatto parte della loro vita per oltre vent’anni.

In realtà, quel che io e Mira non riuscivamo a digerire era che a gestire in chiave locale e nazionale la questione delle foibe e degli esuli fossero stati, fin dal primo dopoguerra, proprio gli eredi di quel fascismo che era la causa della tragedia avvenuta.

E adesso, con la istituzione del Giorno del Ricordo si conferiva definitivamente alla cosiddetta foiba di Basovizza il ruolo di icona del dramma delle foibe.

-E’ solo un teatrino- diceva Mira -Montato dai fascisti in funzione antislava e anticomunista!

Già, un teatrino! Un pozzo minerario trasformato in foiba per avere un sacrario da dare in pasto al nazionalismo. Nutrimento di odio contro i s‘ciavi titini e contro i comunisti in generale. Pensavo fosse la riprova dell’ incapacità degli italiani di guardare in faccia la Storia e di prendere coscienza delle proprie responsabilità.

Non l’avevo mai mandato giù fin dal 1980. In quell’anno un decreto governativo aveva stabilito che la foiba di Basovizza assumesse lo status di “monumento di interesse nazionale”. Il telegiornale regionale della RAI e un’altra emittente locale mi avevano intervistato chiedendo il mio parere: avevo risposto che mi sembrava un paradosso il fatto che assurgesse a simbolo del dramma delle foibe una foiba che non era una foiba ma un pozzo in cui l’esercito jugoslavo prima e quello alleato poi avevano scaricato di tutto, compreso casse di munizioni ed esplosivi a quanto si diceva.

Su cosa ci fosse im quel pozzo aveva già indagato il Governo Militare Alleato (GMA) in seguito a voci che accusavano i partigiani titini di aver ucciso e infoibato alcuni soldati neozelandesi del contingente arrivato a Trieste il giorno dopo che l’ Esercito di Liberazione Jugoslavo aveva liberato (come dicevano alcuni), occupato (come dicevano altri), la città.

Dal pozzo vennero estratti i resti di una decina di soldati tedeschi, quel che restava di una donna sconosciuta e l’ unico cadavere che si riuscì a identificare, quello di un componente dell’ Ispettorato Speciale di Pubblica Sicurezza, la famigerata squadra di polizia antipartigiana che si era distinta per l’efferatezza dei metodi, con l’uso sistematico della tortura negli interrogatori, e che la gente chiamava la banda Collotti dal nome del vice-ispettore che la comandava.

Il GMA, una volta appurato che nel pozzo non c’erano soldati neozelandesi, cessò ogni ulteriore indagine.

I colpevoli dell’infoibamento del poliziotto erano stati individuati, processati e condannati.

Poi il pozzo era stato per anni legalmente adibito a discarica comunale con decreto firmato del sindaco Gianni Bartoli che pure non perdeva occasione di piangere sugli infoibati che contava a migliaia, minimo diecimila tra Istria, territorio di Trieste e quello di Gorizia, come dicevano i sostenitori della tesi genocidio.

Ricordo ancora perfettamente cosa dissi durante l’intervista che mi fece il TG regionale. La giornalista mi aveva chiesto:

-Lei non crede dunque che nella foiba di Basovizza i titini abbiano gettato un gran numero di persone? Si parla di due o tremila infoibati…

E io risposi, testuale:

-Sono pronto a credere tutti i fatti di cui ci siano le prove.

Alla fine degli anni ’50 il pozzo era stato coperto da una lastra di cemento. Chiunque guardasse non poteva che pensare a una grande tomba. C’ero andato anch’io a visitare il luogo, mi era sembrato una landa desolata. Avevano innalzato una stele accanto alla pietra tombale, una grande sasso carsico di forma trapezoidale: al centro è scolpito il pozzo in sezione. La sezione è divisa in strati che partono dalla profondità originaria di 256 metri. Nel 1918, a Grande Guerra finita, è stata rilevata una profondità di 228 metri. Lo spazio tra i 256 metri del livello di partenza e i 228 metri del rilevamento è indicato contenere “detriti e cannoni austriaci guerra 1915-1918”. Nel 1945, terminata la Seconda Guerra Mondiale, un nuovo rilevamento ha indicato 198 metri di profondità. Lo spazio tra metri 228 e metri 198 è denominato come “settore di 300 metri cubi contenenti salme infoibati” e “munizioni di guerra 1940-1945”. L’ultimo rilevamento è del 1957 e si ferma a metri 135. Lo spazio tra metri 198 e metri 135 è indicato come contenente “detriti vari”. L’anima della questione sta in quel settore di 300 metri cubi “contenenti salme infoibati”. Menti volonterose si sono ingegnate in un calcolo inusuale e impressionante ma del tutto virtuale. In quello spazio di 300 metri cubi, tenendo presente il volume medio di un corpo umano, sarebbero contenuti oltre duemila cadaveri. Una cifra agghiacciante, il pallottoliere dei morti, come lo chiamava Mira.

 

Nel 1991 il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga venne ad inginocchiarsi sulla foiba di Basovizza e chiese perdono agli italiani che furono infoibati dai comunisti titini in Istria e durante i 42 giorni di occupazione di Trieste perché erano stati dimenticati. L’anno dopo, 1992, un decreto del nuovo Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro stabilì che la foiba di Basovizza venisse dichiarata Monumento Nazionale.

Lo stesso onore fu conferito anche alla foiba 149 di Opicina Monrupino dove erano stati buttati i soldati tedeschi morti nella battaglia di Opicina, uno scontro accanito che durò 5 giorni, dal 29 aprile al 3 maggio 1945, fra L’Esercito di Liberazione Jugoslavo che calava su Trieste arrivando dall’altopiano carsico e le truppe naziste arroccate per l’estrema difesa della città. Fu l’ultima battaglia combattuta in Italia.

Le salme dei soldati erano state riesumate e sepolte in un cimitero di guerra tedesco. Dalla foiba, però, furono estratti anche i cadaveri di tre ferrovieri. Accusati di aver rubato un maiale, erano stati arrestati, sottoposti a giudizio del Tribunale del Popolo e condannati a morte. I colpevoli di questa giustizia sommaria furono processati e condannati nel 1948. Ma secondo i sostenitori della tesi genocidio, nella foiba di Opicina Monrupino erano state gettate almeno 2000 persone, italiani civili e militari, tra cui i feriti e gli ammalati prelevati dai titini all’ Ospedale Militare di Trieste.

Per anni mi sono sorbito la memoria ricorrente e ogni volta riciclata da pseudo storici locali, quelli che ancora parlano di 10.000, no 20.000, anzi 30.000 infoibati in Carso, nel goriziano e in Istria. Per quel che riguarda Basovizza ognuno farciva la sua storia sempre con gli stessi ingredienti: tutti i giorni arrivavano gli autocarri della morte carichi di Italiani legati col filo di ferro, spesso legati gli uni agli altri a formare una catena… venivano sospinti a bastonate verso la foiba… una scarica di mitra ai primi faceva precipitare tutti nell’abisso… a Basovizza era in funzione un Tribunale del Popolo che comminava condanne a morte a pieno ritmo… i s‘ciavi titini ballavano il Kolo (una danza tradizionale balcanica che si balla in cerchio) mentre gli italiani venivano infoibati… salta, dicevano, se ce la fai a saltare l’apertura del pozzo sei salvo… e invece anche se ci riuscivi ti buttavano giù con una scarica di mitra… spogliavano gli Italiani degli abiti buoni per sostituire i loro stracci… si sentivano di notte i lamenti di quelli che non erano ancora morti provenire dalla bocca del pozzo… circolava la storia del fetore dei cadaveri che usciva dalla foiba e ammorbava l’aria… un bambino e una bambina del paese avevano visto i condannati condotti alla foiba e lei aveva raccontato, compiaciuta: -E come urlavano, i fascisti!

E poi c’erano le testimonianze dei due preti sloveni, don Malalan parroco di Sant’Antonio in Bosco (Boršt) e don Virgil Šček, parroco di Corgnale (Lokev, oggi in Slovenia). I due sacerdoti avevano riferito al GMA che il Tribunale della IV Armata Jugoslava aveva regolarmente processato qualche centinaio di persone tra agenti della banda Collotti, poliziotti, guardie carcerarie, spie, collaborazionisti e militari sia italiani che tedeschi, tutta gente finita davanti al plotone di esecuzione e poi infoibata. Ma don Malalan non aveva visto con i propri occhi, riferiva quel che a suo dire raccontava don Šček. E quest’ultimo, però, nella sua testimonianza, affermava di aver assistito ai processi ma non agli infoibamenti. Don Šček, secondo voci, sarebbe il prete che ha rifiutato l’estrema unzione ai condannati dicendo: “Non ne vale la pena”. Di più, sarebbe lui il sacerdote che così ammoniva i condannati: “Fino ad ora hai peccato, hai goduto nel torturare gli slavi e adesso non ti resta che affidare la tua anima a Dio! Hai pienamente meritato la punizione che ti spetta!”.

E poi c’era un rapporto dell’OZNA, la polizia politica titina, che parlava di questurini italiani gettati nel pozzo di Basovizza insieme a soldati tedeschi, carogne di cavalli e notevoli quantità di munizioni fatte poi esplodere.

Ad ogni modo gli esuli, non avendo possibilità di commemorare i propri morti nel suolo natio, avevano comunque voluto una lapide a Basovizza in ricordo delle vittime istriane, fiumane e dalmate. E una lapide l’avevano messa anche alla foiba di Opicina Monrupino.

Alla fine di questo bailamme di voci era logico che qualcuno come Mira volesse sapere che cosa ci fosse esattamente in fondo al pozzo di Basovizza assurto a simbolo di tutte le foibe. Se nel dopoguerra non c’era l’attrezzatura necessaria per esplorarlo, adesso, negli anni 2000, con i mezzi che la tecnologia metteva a disposizione non poteva essere impossibile esplorare un pozzo di qualche centinaia di metri quando ormai gli speleologi si calavano negli abissi più profondi. I metri cubi di cadaveri, se erano veri, dovevano essersi ridotti ad ossa e le ossa, se c’erano, stavano lì intatte, le ossa erano indistruttibili, non si trovavano ancora le ossa perfino dell’ Uomo di Neanderthal? Questo pensava Mira ma se lo tenne per sé, non parlava quasi più con nessuno, anche Vittorio Vidali se n’era andato, il vecchio rivoluzionario che l’aveva considerata come una figlioccia.

 

Per quel che riguarda me, che naturalmente la pensavo e la penso come Mira, la fissazione, come la chiama il mio amico Alessandro, ammesso e non concesso che sia tale, si è consolidata quando mia nipote Marta, anni 13, è venuta in gita scolastica da Roma dove abita con suo padre che è mio figlio Giorgio, ingegnere ferroviario, e sua madre Irina, una bielorussa che lavora all’ ambasciata del suo paese. Dopo aver effettuato il canonico giro turistico della città, i ragazzi sono stati portati a visitare la Risiera di San Sabba e la Foiba di Basovizza.

La retorica ufficiale avvalora quel che fu la Risiera, una prigione che serviva a incarcerare i partigiani che venivano torturati ed eliminati a colpi di mazza e come centro di smistamento degli ebrei destinati ai campi di sterminio, prigione che nel 1944 fu dotata di un forno crematorio per lo smaltimento dei cadaveri. La retorica delle foibe, invece, vuole accreditare la versione che migliaia, anzi decine di migliaia, di Italiani furono assassinati per l’unica colpa di essere Italiani dai barbari slavi, barbari doppiamente perché titini, cioè comunisti. Se quel che si racconta ai giovani visitatori della Risiera corrisponde alla verità comprovata dei fatti, quel che si racconta ai giovani visitatori della foiba di Basovizza non è una verità comprovata. Si dà per certa la voce che si basa su testimonianze contraddittorie e racconti di parte, sfruttati politicamente, secondo cui nel pozzo ci sarebbero due o tremila corpi di vittime uccise dai partigiani titini solamente perché italiane.

E poi, come se non bastasse, c’era il mistero Maffi.

Mario Maffi era un sottotenente del Genio Pionieri della Brigata Orobica degli Alpini che nel 1957 aveva ricevuto un incarico speciale più o meno segretissimo: scendere nelle foibe per fotografarne il fondo. La missione lo aveva condotto ad esplorare la foiba 149 di Opicina Monrupino, la foiba di Basovizza e, clandestinamente, alcune foibe in territorio jugoslavo. Se ne parlò all’epoca in alcuni articoli de Il Piccolo, il giornale di Trieste: una soffiata aveva compromesso la missione che fu interrotta e cancellata perché l’ingresso clandestino di un militare italiano in territorio jugoslavo, se scoperto, poteva diventare causa di un imbarazzante contenzioso internazionale. Non se ne parlò più. Ma finiti i tempi oscuri della Guerra Fredda, Mario Maffi ha deciso che il segreto militare poteva essere svelato ed ha scritto un libro, corredato di fotografie, in cui racconta la sua missione. E’ un libro che chiunque può leggere, si chiama “1957: un Alpino alla scoperta delle foibe”. E cosa scopre l’alpino Maffi nella foiba di Basovizza? Racconta che è sceso fino in fondo al pozzo senza incontrare ostacoli se non il lezzo ammorbante e che in fondo al pozzo non ha trovato resti umani: fotografa i muri del pozzo che a suo dire sembrano intonacati da uno spesso strato saponoso e il pavimento su cui poggia i piedi che è costituito da melma nerastra da cui spuntano rifiuti di ogni genere, un vero immondezzaio, dice. Poi torna in superficie. Ma gli hanno raccontato che nel pozzo ci doveva essere almeno un migliaio di cadaveri e allora ne trae la conclusione che la melma nerastra che ha calpestato con gli scarponi era la superficie del materiale derivato dal processo di putrefazione dei corpi.

Il racconto Maffi, se veritiero, testimonierebbe che si può scendere nel pozzo senza incontrare pericolosi impedimenti di munizioni ed esplosivi.

E allora? Mettiamo che qualcuno, arrivati a questo punto, un po’ stufo, chieda: “Ma insomma, tutti questi infoibati nel pozzo di Basovizza ci sono o non ci sono!?”.

La risposta dovrebbe essere: “Una prova inconfutabile che ci siano…non c’è!”.

Magari aggiungendo: “E se ci fossero sarebbe doveroso indagare per sapere chi erano!”.

 

Ho ribadito questa mia posizione proprio ieri sera, ospite nel programma di approfondimento culturale che la TV locale manda in onda dopo il suo telegiornale.

-Allora lei è un negazionista…- mi ha rimproverato con una smorfia di disapprovazione la giovane conduttrice che mi stava intervistando.

-Niente affatto!- ho risposto – Le foibe sono una triste realtà: esistono le fotografie delle salme degli infoibati, riesumate in Istria nel ’43… sono documentati i recuperi dei corpi dalla foiba di Opicina… delle vittime della banda Steffè nell’Abisso Plutone… delle vittime nella foiba di Gropada. Ma nessuno ha documentato niente per la cosiddetta foiba di Basovizza che è invece assurta a simbolo di tutte le foibe, a memoriale di tutte le vittime, in maniera strumentale, senza preoccuparsi di scoprire se in fondo al pozzo ci sono veramente i resti di due o tremila cadaveri o se invece le voci sono voci e basta.

Ho fatto una pausa, ho ripreso fiato e poi l’ho buttata lì:

-E se venerassimo il nulla? Se raccontassimo ai giovani delle scuole una balla? C’è chi dice che il pozzo di Basovizza lo usavano quelli della banda Collotti per gettarci i corpi dei partigiani comunisti morti sotto tortura.

La giovane conduttrice non sapeva togliersi dalle labbra la smorfia di disapprovazione ed io l’ho stuzzicata.

-Pensi un po’…- le ho detto -Allora, se fosse così, i fascisti renderebbero gli onori ai comunisti!

La smorfia di disapprovazione si era trasformata in una espressione perplessa.

-E se fosse vero quel che dicono gli sloveni?- avevo insistito.

-Cosa dicono?- mi chiese, rassegnata.

-Che nel pozzo ci sono solo i corpi di soldati tedeschi morti nella battaglia di Opicina che coinvolse anche Basovizza. Non sarebbe grottesco onorare come martiri italiani i soldati nazisti morti in combattimento?

La giovane conduttrice si era un poco afflosciata sulla sedia, come esausta.

-E allora cosa bisognerebbe fare, secondo lei?

-Bisognerebbe fare chiarezza! Sarebbe doveroso andare a vedere cosa c’è effettivamente nel pozzo. Nel dopoguerra poteva essere valida la scusa che non c’erano i mezzi adatti, che era pericoloso per via delle munizioni e degli esplosivi scaricati dentro ma oggi la scusa non vale più. Basterebbe una telecamerina che potrebbe essere calata nel pozzo per sondarlo ed esplorarlo senza rischio. Rileverebbe gli ostacoli, i residuati bellici ed eventuali esplosivi inesplosi. E se c’erano due o tremila cadaveri, le ossa sono ancora e sempre lì. Con la prova del DNA alcuni resti potrebbero essere identificati, i parenti avere una certezza per dare una vera sepoltura ai propri cari.

-E perché non si fa?

-Questo lo deve chiedere ai nostri governanti, ai Presidenti della Repubblica che hanno avvallato la tesi del genocidio etnico.

-Ma secondo lei?

-Secondo me è perché è diventata patrimonio nazionale la storia imposta dagli eredi del Fascismo. Quella che il MSI prima e poi i suoi epigoni sono riusciti ad imporre come verità, con il consenso degli esuli che solo nella destra hanno trovato qualcuno che desse voce al loro dramma e alle loro istanze. E si preferisce che le cose restino così. Gli italiani si autoassolvono per la complicità nei crimini commessi dai fascisti e l’emotività popolare scarica tutta la colpa delle conseguenze di quei crimini sui barbari slavi e per di più comunisti.

-Dunque secondo lei gli esuli sono fascisti?

-Non ho detto questo. Gli esuli sono gli unici italiani che hanno pagato la sconfitta con la perdita della loro terra, dei loro beni, delle loro radici e meritano per questo il più grande rispetto. E tuttavia non si può non dire che il loro dramma è stato causato dall’Italia fascista e che paradossalmente ma non troppo i Fascisti si sono proclamati paladini del dramma che avevano provocato e molti esuli sono caduti nella trappola. È indubbio che essi furono per il MSI a Trieste e nel resto d’Italia un serbatoio di voti.

La giovane conduttrice sembrava non avere più parole ed io ho approfittato del suo silenzio per annunciare ufficialmente che mi sarei impegnato per raccogliere firme per una petizione da inviare al Presidente della Repubblica, al Presidente del Consiglio, ai Presidenti del Senato e della Camera nonché al Presidente della Regione e al sindaco di Trieste, petizione richiedente la riapertura del pozzo di Basovizza affinché si possa stabilire una volta per tutte cosa ci sia veramente dentro e se fosse giustificato onorare la foiba che non è una foiba come un sacrario nazionale.

 

Quando sono uscito dal Caffè San Marco, diretto verso casa, mi ha fermato mentre attraversavo i Portici di Chiozza una coppia di anziani elegantemente vestiti, più o meno miei coetanei, non mi sembrava di conoscerli.

Gavemo sentido quel che la ga dito ieri sera a la televisiòn…– ha detto la signora impellicciata.

Ho accennato un sorriso di circostanza.

L’ uomo mi ha soffiato in faccia, a brutto muso:

Lei la xe un grandissimo stronzo!

Mentre la sua signora ha aggiunto:

Cicciòn de merda!

Sono rimasto così sorpreso che prima di poter abbozzare una risposta la rispettabile coppia era già passata oltre.

La gentile signora aveva messo il dito nella piaga che più mi affliggeva. Nel corso degli anni non ho saputo controllare la tendenza ad ingrassare ed ho finito col diventare obeso, la pancia che deborda. Un giorno mentre aspettavo dal barbiere dove mi facevo radere a zero i pochi capelli che mi erano rimasti sul cranio e curare la barba bianca che portavo ormai abitualmente per celare il doppio mento, ho scoperto, sfogliando una rivista medica a disposizione dei clienti in attesa, che un ventre prominente come quello che mi sforma viene definito “globoso”. Globoso? Mi parve una parola orrenda che mi colpì peggio di un insulto. Mi sono guardato allo specchio, soffermandomi come non avevo mai fatto, e mi sono reso conto di come ero diventato: più largo che lungo. Mi sarebbe tanto piaciuto avere la forza di modificare questo stato di cose, fare movimento e intraprendere una dieta con serietà e costanza ma questo avrebbe richiesto la forza di volontà che non ho per modificare il mio stile di vita basato sulla sedentarietà e sull’indulgenza per il buon mangiare e il buon bere.

Come se non bastasse, rientrando a casa ho trovato un pezzo di carta adesivo appiccicato sopra il mio cognome nell’elenco campanelli sotto il portone. Sul pezzo di carta, bello in grassetto, c’era scritto: NEGAZIONISTA.

 

Ho lavorato alla bozza della petizione che intendevo promuovere fino a pomeriggio inoltrato. Per pranzo, come per fare ammenda, solo una scatoletta di tonno, un bicchiere di Sauvignon del Collio, una mela. Poi sono uscito per andare al cinema Ariston che funziona da cinema d’essai. Volevo vedere la copia restaurata di “Apocalypse Now”, nella versione “director’s cut” che sarebbe la versione di un film finalmente edito come lo aveva pensato il regista e non come lo aveva montato e decurtato la produzione. E’ il film sulla guerra in Vietnam che Francis Ford Coppola ha realizzato ispirandosi a “Cuore di tenebra”. Il libro di Conrad è uno dei racconti che più mi hanno intrigato in gioventù. Il film è spettacolare, il personaggio di Kurtz, disegnato da Marlon Brando, ingombrante ma degno di Conrad. Il film mi ha anche fatto ricordare la soddisfazione di mia moglie Mira quando la guerra in Vietnam era finita con lo scorno degli Americani. L’edizione “director’s cut” è molto lunga e sono uscito tardi.

Ho cenato, con porzina e cragno più birra Spaten alla spina, da Pepi che non è più il miglior buffet in città ma ci andavo in memoria di quando lo era e tutti lo chiamavano Pepi S’ciavo.

Poi sono andato a casa di Marta Jesurum, una ricca vedova ebrea che si picca di tenere “cenacoli” -così li definisce- con amici e conoscenti che secondo lei rappresentano la crème della cultura cittadina. Lei e suo marito erano due fuoriusciti dalla Libia quando il colonnello Gheddafi, che aveva preso il potere nel 1969 detronizzando il vecchio re Idris, aveva cacciato tutti gli Italiani nel 1970 dopo aver sequestrato i loro beni… ma non si sa come gli Jesurum, invece, erano riuciti a mettere in salvo i loro soldi in Italia così come altrettanto misteriosamente avevano conservato la loro tenuta durante il periodo fascista in Libia nonostante che fossero ebrei. Il cenacolo della ricca vedova, il marito morto da alcuni anni, era in funzione e nessuno mostrò di essersi accorto di me, sono stato volutamente ignorato. Il solito musicista frustrato si era impadronito del pianoforte e suonava una sua composizione fregandosene se qualcuno lo stava ad ascoltare oppure no. Si discuteva, naturalmente, di letteratura: qualcuno, forse il padrone della Libreria Antiquaria, aveva riesumato il saggio “Gli anni della psicanalisi” in cui Giorgio Voghera, famoso a Trieste come “L’anonimo triestino” per un romanzo che nel lontano 1961 aveva pubblicato celandosi dietro tale pseudonimo. Il saggio rievocava la Trieste degli anni ’20 quand’era esempio di città cosmopolita ed aveva accolto con favore, prima in Italia, la psicoanalisi di Freud grazie all’opera del triestino Edoardo Weiss che aveva fondato la “Società psicoanalitica”. Un gruppetto a parte disquisiva su Saba, il poeta che era morto nel ’57, e sul contenuto omosessuale del romanzo che aveva lasciato incompiuto ed era stato pubblicato postumo: il romanzo è “Ernesto” e secondo la mia modesta opinione è poesia in prosa, bellissimo. Le signore malignavano sulla vita privata di un noto industriale del caffè. Che palle! Ma mentre stavo per andarmene mi sono lasciato irretire dalle attenzioni di Marta Jesurum che mi ha preso da parte per rimproverarmi le opinioni sulla foiba di Basovizza che avevo pubblicamente espresso nel programma dell’ emittente locale, bisognava stare attenti, misurare le parole, non si doveva stuzzicare la suscettibilità dei fascisti e dei nazionalisti triestini.

Fingendo di tenere in non cale la ciccia che certo non mi rendeva attraente, mi piaceva pensare che Marta non avrebbe disdegnato l’idea di una relazione con me, almeno così mi pareva dalle attenzioni che mi riservava: era ancora una bella donna, lo vedevo bene, ma era dotata di una vitalità preoccupante e temevo di doverle confessare le difficoltà erettili che mi affliggevano e che solo una “professionista” sapeva come prendere.

Mi sono sganciato a fatica, sono uscito nella notte, era molto tardi, passata la mezzanotte, e piovigginava fastidiosamente, deserte le vie. Avevo pure bevuto troppo, mi sentivo intorpidito e pesante.

 

Sotto il portone di casa c’erano quattro giovani con i bomber neri, sembrava dovessero entrare… invece aspettavano me. Mi hanno preso a spintoni senza dire una parola, mi hanno tempestato di pugni e calci, sono caduto a terra ed ho sbattuto forte la testa sullo scalino di marmo del portone. Forse ho perso per un attimo i sensi, mi hanno risvegliato  i calci nelle reni, poi ho sentito la voce di uno dei ragazzi che diceva:  -Basta, dèi… no te volerà miga coparlo ‘sto vecio cojòn!”.

I quattro si sono allontanati di corsa. Mi sono tirato faticosamente in piedi, pesto e dolorante. Sono riuscito a infilare la chiave nel portone, a prendere l’ascensore, a salire in casa. Non mi sentivo poi troppo male, anzi, pensavo che per essere un vecchio ultrasettantenne reggevo ancora bene, quegli stronzetti fascisti non avevano poi picchiato così forte. Mi sono fatto una doccia e mi sono messo a letto dopo aver preso un antidolorifico. Prima che facesse effetto ho pensato a quel che un giovane ricercatore aveva postato su facebook: diceva di aver scoperto alcuni documenti in cui si certificava che nel 1919, a Trieste appena redenta, erano state segretamente occultate nella foiba di Basovizza le salme di un centinaio di soldati italiani morti per l’epidemia di “spagnola”. Per quel post aveva ricevuto insulti e sbeffeggiamenti a iosa, per tutti i benpensanti quella era nient’altro che una fake news. Invece poteva essere vero. Mi sono ripromesso di contattarlo per sapere se fossero autentici i documenti che diceva di aver trovato. Poi mi sono addormentato intontito.

 

Stavo sognando la vedova Jesurum che mi artigliava l’uccello smanettando per farmelo rizzare, un incubo, quando mi sono svegliato immerso in un profondo malessere, sudavo freddo, qualcosa mi martellava in testa, conati di vomito mi sconquassavano, ho rigettato sul pavimento mentre tentavo di alzarmi. Mi sono afflosciato nel mio stesso vomito, ho pensato: “Mi troveranno come mio padre”. Poi più niente.

 

Proprio come mio padre, morto d’infarto nella notte, solo come un cane, mi ha trovato ai piedi del letto la donna che veniva al mattino a fare le pulizie.

La testa sbattuta sullo scalino del portone mi aveva causato un ematoma subdorale, vale a dire un’emorragia cerebrale.

Niente più petizione per riaprire il pozzo di Basovizza e per quel che posso dire, conoscendo i miei concittadini, nessuno mai si darà la pena di scoperchiare quel brutto monumento in bronzo che evoca la carrucola con cui vennero estratte le salme degli infoibati e campeggia sulla pietra tombale coperta da un cofano di ferro trattato con l’ “effetto corten”, cioè l’ossidazione artificiale del ferro per far emergere una ruggine antichizzante. La ruggine che sigilla tutto perché nessuno, in realtà, vuole sapere cosa c’è veramente dentro quella foiba che non è una foiba.

 

 

Questo progetto web utilizza la tecnologia 'cookies' per migliorare l'esperienza generale del Sito. I Cookies sono piccoli file testuali mantenuti sul proprio computer o dispositivo. Ci permettono di assicurarti la miglior esperienza di navigazione possibile e di capire come utilizzi il nostro sito. Questo messaggio di avviso ti viene proposto in base alle nuove normative sui diritti utenti nelle comunicazioni e servizi web, sui dati personali e la protezione della privacy. Privacy policy

Questo progetto web utilizza la tecnologia 'cookies' per migliorare l'esperienza generale del Sito. I Cookies sono piccoli file testuali mantenuti sul proprio computer o dispositivo. Ci permettono di assicurarti la miglior esperienza di navigazione possibile e di capire come utilizzi il nostro sito. Questo messaggio di avviso ti viene proposto in base alle nuove normative sui diritti utenti nelle comunicazioni e servizi web, sui dati personali e la protezione della privacy.

Chiudi Popup