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violenza sessuale e guerre

Violenze sessuali: l’impegno dell’Onu

Violenze sessuali. Contrastare le violenze sessuali durante le guerre. Un compito molto difficile, ma che le Nazioni Unite hanno annunciato di voler perseguire con grande fermezza, dieci anni dopo il mandato conferito al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per prevenire e affrontare il flagello della violenza sessuale legata al conflitto. Così è stato rinnovato il Fondo globale per i sopravvissuti, raccogliendo le richieste delle vittime di aggressioni a sfondo sessuale. “Una cosa unica, perché si concentra al 100% sulle vittime”, ha scandito Nadia Murad, una donna yazida sopravvissuta alle violenze dei miliziani dell’Isis in Iraq.

Contro la violenza sessuale, dal 2009 a oggi

Il mandato dell’Onu del 2009 aveva “inviato un chiaro messaggio sul fatto che la violenza sessuale durante i periodi di sconvolgimento e conflitto non è inevitabile, ma si tratta di un’orribile violazione dei diritti umani e del diritto internazionale”, ha spiegato la vice segretaria generale Amina Mohammed. “Nell’ultimo decennio le Nazioni Unite – ha aggiunto Mohammed – hanno risposto alle richieste delle vittime e dei sopravvissuti creando un quadro normativo globale e una serie di accordi istituzionali”. L’azione operativa dell’Onu si è concentrata sull’approvazione di risoluzioni del Consiglio, su meccanismi investigativi e sulll’istituzione dell’Ufficio del rappresentante speciale. Elementi essenziali per realizzare gli Sdgs fissati.

Pramila Patten, rappresentante speciale delle Nazioni Unite del Segretario generale sulla violenza sessuale nei conflitti (SRSG-SVC), ha annunciato, quindi, ufficialmente un nuovo Fondo globale per i sopravvissuti alle violenze sessuali in guerra. Il lavoro di ricerca ha individuato due punti principali su cui puntare: la richiesta delle vittime di assicurare i carnefici alla giustizia e un’assistenza materiale e psicologica per avviare un percorso verso la normalità.

Amina Mohamad

“All’alba di un nuovo decennio per questo mandato è giunto il momento di soddisfare le richieste e mettere al primo posto i sopravvissuti”, ha spiegato Patten. La strategia permette “di dare voce e scelta ai sopravvissuti, costruire la loro capacità di ripresa e consolidare la loro esperienza”. Insomma, quello che la rappresentante Speciale ha definito “il tranquillo miracolo di una vita normale, che molti di noi danno per scontato”.

Un contributo di riflessione è arrivato anche da Naledi Pandor, ministra delle relazioni internazionali e della cooperazione in Sudafrica. “C’è la necessità di un approccio multidisciplinare e multisettoriale per proteggere i più vulnerabili, sia in tempi di conflitto che di pace”. La sua testimonianza è stata fondamentale anche alla luce del contesto sudafricano. “Il conflitto e la violenza dell’apartheid hanno aumentato la violenza degli uomini”, ha sottolineato la ministra.


Da Pendor è giunta una postilla nient’affatto secondaria: molte volte le donne militari subiscono, in caso di prigionia, ricatti o violenze di tipo sessuale. Da qui la ministra sudafricana ha indicato alcune linee guida: promuovere la coesione sociale; proteggere e riaffermare i diritti delle vittime e dei sopravvissuti; e fornire sostegno alle persone colpite dalla violenza. Insomma, oltre al Fondo confermato dalle Nazioni Unite, è fondamentale mettere in campo tutte le energie a disposizione.

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